[19]

Una volta mio nonno mi disse che l’uomo si accorge dell’arrivo dell’età adulta quando inizia a provare interesse per le piante. Quando inizi a voler avere sul tuo balcone piccoli vasetti con i ciuffi verdi, quando la mattina ancora rincoglionito e incrostato ti fai una boccata d’aria gelida solo per passare l’acqua tra i vasi, allora significa che stai ufficialmente diventando un uomo di mezza età.

Questa è stata una delle cose più sagge che mi abbia mai detto e, fanculo, era vera.

Da ragazzino esplori il mondo anche se i veri esploratori hanno bicipiti di ferro, barbe incolte e coraggio da vendere. Lo esplori restando nel tuo giardino o sconfinando, al massimo, nel giardino del vicino. Lo esplori guardando i fiori, chiedendo a qualcuno più alto di te come funzionino le cose, sbucciandoti ginocchia e gustando cibi saturi di sapore. T’arricchisci di piccole cose perché la grandezza è sempre soggettiva e, si sa, i ragazzini sanno rendere immensamente grande quello che apparentemente sembra essere piccolissimo.

Da adolescente t’alleni alla vita vera, scontrandoti con altri ragazzi che pretendono aprioristicamente di avere qualcosa in più di te. Ti massacri di seghe mentali. Ti massacri di seghe vere e proprie fino a devastarti di calli. Ti massacri di seghe mentali sul perché tu sia così concentrato sul massacrarti di seghe vere e proprie, fino a quando non trovi una fidanzatina. Allora giù di pomiciate neanche fossi un cavallo impazzito nella valle degli zuccherini. Nel mentre non lasci andare via i calli. Ti alleni alla vita vera scontrandoti con il sistema scolastico, giocando alla guerra e alla rivoluzione. Scontrandoti con la famiglia. Soffri fino all’agonia e risorgi ogni giorno in un brodo di ormoni. Strisci in un costante “Odi et Amo” nella più prosaica delle psicosi inoffensive.

Poi arriva l’età adulta. Una giovane età adulta che ti vede all’opera, immischiato nella conquista d’uno spazio tutto tuo, d’una identità che ti si addica e che ti realizzi. Venti e passa anni e non sentirli, buttandoti sull’altro sesso, sul sesso, sul fiume infinito della letteratura e sul mare in tempesta della scienza. Capisci di poter avere tutto questo allungando le mani e le allunghi per prendere e strappar via nemmeno fossi ad un buffet dove fare l’ospite rozzo e maleducato è del tutto consentito. Il contrasto dei vent’anni è talmente marcato e ilare da essere quasi eccessivo: puoi avere donne e conoscenza, divertimento e riflessione, ma resti sempre senza un soldo bucato.

Poi, d’improvviso ma non troppo, superi il segno della maturità. Ti guardi allo specchio la mattina e la barba è spruzzata di bianco, i capelli hanno ciocche brizzolate, qualche ruga inizi ad averla e nel complesso inizi ad assumere un tono maturo. Salti un nuovo confine, inizi un nuovo giro. Ti dici che ogni età ha la sua presa sulla mente e questa età ti rende meno vorace, più calmo, meno desideroso. Ti libera dal brodo d’ormoni di cui puzzi da un ventennio e ti rende più attento a microscopici momenti che prima non avresti minimamente calcolato. Ti solleva dentro tenerezze di cui non sapevi l’esistenza e ti fa crescere necessità improponibili qualche tempo prima.

Sul balcone ho qualche pianta, verde, piccola e con qualche frutto appeso. Sul balcone ho la riprova che mio nonno aveva ragione, tanti anni fa; la mattina mi alzo e, noncurante della temperatura, annaffio queste piccole e inutili cose verdi perché dopotutto nell’individuo che cresce nasce sempre, prima o poi, il desiderio di appartenenza, il desiderio d’avere uno spazio da chiamare “casa” e che abbia vere o metaforiche radici, un posto dove affondare le dita e sporcarsi le mani. Qualcosa che, col tempo, puoi vedere crescere e morire.

Una mattina dopo l’altra, freddo dopo freddo.

Spettinato e assonnato sul balcone.

[18]

Aveva bevuto troppo. Aveva fumato troppo. Gli occhi rossi, i capillari evidenti. Se dovessi descriverlo direi che sembrava “tutto occhi”. Era lì davanti a me, poggiato sui gomiti, sul tavolo, che guardava confuso il soffitto ingrigito del suo appartamento, le pareti ingiallite e il mobilio mezzo ricavato. Avrebbe lasciato l’appartamento qualche mese dopo con un salto di qualità e a solo qualche passo di distanza. I capelli scomposti e la barba lunga. Sembrava l’immagine dello stesso amico conosciuto anni prima, ma tirata e stressata, modificata. La conoscenza di una persona fa questo effetto: si sovrappone l’immagine di un decennio prima con ciò che i tuoi occhi vedono al momento e fai confusione. Ti confondi tra quello che era con quello che è. Io ero ubriaco, felice di essere andato a trovarlo, così lontano da noi. Mia moglie sobria che ci guardava divertita, godendosi i nostri discorsi un po’ sconclusionati. Tutti e tre curvi sul tavolo a ricordare qualche vecchia vicenda divertente, ad aggiornarci sulle nuove. Risate, momenti seri. Fuori il mare era silenzioso, un porto calmo nel cuore della notte. Una piazza ammattonata che finiva direttamente dentro l’acqua. Romantico eppure normale, quotidiano.

Un bicchiere di vino nuovamente pieno nella mia mano, una boccata di fumo tra le sue labbra. Altre risate.

Lui mi guarda e mi fa: “Oh comunque incredibile…ti conosco da quasi quindici anni e non sei cambiato di una virgola. Per carità…qualche capello bianco ce l’hai pure te eh…però sei sempre lo stesso, cazzo! Sempre te, e ti riconoscerei comunque anche ricoperto di rughe.” Ridiamo tutti e tre, di gusto, e aggiunge. “Noi tre ci conosciamo perfettamente. Anche con questi cazzo di chilometri di distanza. Sappiamo tutto gli uni degli altri, anche senza dircelo.”

Il vino nel bicchiere sembra calmissimo, come il mare fuori la finestra. Trasparente oltre il vetro.

Mentre scendeva un improvviso silenzio mi resi conto che quell’amico, quel tipo che m’aveva conosciuto ai tempi dell’università, che aveva condiviso con me risate, serate alcoliche, depressioni, distanze e convivenze continuava a conoscermi pur senza alcuni tasselli fondamentali. Momenti tanto cristallizzati dentro di me, che avevo quasi dimenticato di gestire, sicuramente di raccontare.

Era l’estate del duemiladue e spesso i miei mi obbligavano a lavorare con l’azienda di famiglia. Giornate interminabili, roventi, passate a portare pacchi e mobili. I momenti che maggiormente mi hanno messo in contatto con mio padre, nella mia vita, erano proprio quelli passati col sudore addosso, con la fatica in corpo fino a non riuscire a dormire la sera eppure impossibilitato a fare anche solo un passo. Ore trascorse in un camion che puzzava di benzina e di sporco. Tutte cose che, oggi, simboleggiano per me il valore dei soldi. Mentre amici e conoscenti, ragazzini adolescenti come me, trascorrevano i pomeriggi al sole, in compagnia, all’ombra del divertimento, io mi concentravo sulle mie fantasie, sui miei ricordi, cercando di far scivolare via la giornata. Un’altra giornata e un’altra ancora passata ad imparare che la moneta si suda, letteralmente, la ricchezza si guadagna. La moneta ti fa scivolare via l’estate senza che tu possa rendertene quasi conto. La povertà capita, invece, e pur capitando ti si attacca addosso, fino a diventare una nuova routine. Passavo così le estati a quel tempo, intervallando fatica e randomiche escursioni tra amici, ubriacature di stagione e primissimi amori con sudore e alzatacce. Trascorrevo l’adolescenza nella normalità pensando d’essere anomalo, piangendo ingiustizia in un mondo che poi, vuoi o non vuoi, è ingiusto un po’ con tutti.

Quella volta che venni svegliato presto, prestissimo da mia madre, ricordo che pensai subito che le ingiustizie esistono, che ti colpiscono esattamente come si pensa, improvvisamente e senza preavviso. Ricordo che pensai che la sera prima avevo riposto in modo scomposto le scarpe da ginnastica usate durante il giorno per lavorare, le avevo gettate in un angolo della stanza, ancora piene di polvere, senza alcuna delicatezza e con noncuranza. Le odiavo perché proprio in quelle scarpe passavo ore su ore a faticare, a riempire le mani di calli e i pensieri di amarezza.

“Svegliati. Ci sono i carabinieri.”. Me lo disse in modo secco, diretto, come altrimenti non poteva fare. Non esistono altri modi per dire che tuo padre è stato arrestato per chissà quale motivo e che da lì in avanti la salita sarebbe stata ben più ripida di quanto pensavi. Ma mia madre, che da anni ormai mostrava il fianco alle preoccupazioni, ci mise del suo, aggiungendo: “Tranquillo, non sono qui per te.” A distanza di quasi vent’anni questa frase mi fa ancora sorridere. L’ironia sottesa e non voluta del poter essere tranquillo perché tanto non sarei stato io ad essere arrestato ma mio padre, mi fa sempre pensare al lato di mia madre che più mi ha trasmesso, infettandomi la crescita: mostrare sempre l’aspetto positivo alle persone che ami, anche quando davvero non c’è nulla da salvare. Saranno state le quattro del mattino e fuori, attraverso le tapparelle, vedevo chiaramente il cielo ancora scuro e l’illuminazione di un lampione solitario filtrare. Ricordo le divise, ricordo la luce abbagliante del lampadario del soggiorno, mio padre seduto che controllava delle carte e che con voce flebile diceva a mia madre: “Siamo rovinati.” Non ricordo lacrime, non in quel momento, ma ricordo mio padre costretto ad orinare con la porta aperta, davanti al figlio e davanti a degli estranei. Per la prima volta lo vidi debole; un uomo sottile sotterrato da una vita di lavoro che non ripagava i suoi frutti ma che, anzi, avanzava tante, troppe, richieste. Davanti a me, per la prima volta, fu prima uomo e poi padre.

Quando rimasi solo in casa non potevo che essere confuso. Giovane e inesperto della vita avevo avuto un assaggio di vera anormalità e non m’era piaciuta per niente. Rientrai in camera, ancora buia nonostante fuori l’alba avanzasse senza sosta. Nell’angolo le scarpe sporche di polvere, impregnate del lavoro del giorno prima. Come un monumento all’inutilità dei sacrifici erano lì, osservandomi con feroce staticità come a dirmi “Visto? S’è spaccato il culo per anni e ora…ciao ciao…e guarda che faccia che hai?! Giovincello sulla stessa strada d’un lavoratore c’hai inzuppato di sudore per tutta l’estate e c’avresti inzuppato di lacrime se avessi potuto e ora, invece, correresti sui vetri per tornare a ieri. Ma quante volte ancora farai di questi ragionamenti…quante volte…”. Sembravano sorridere quelle maledette. Mi rimisi a letto senza piangere, anche se ad un ragazzo sarebbe stato concesso, senza dormire anche se l’ora l’avrebbe concesso.

Niente drammi.

Quel giorno giocava la nazionale, un giorno di festa e di sospensione per tutto il paese. Vidi la partita con gli amici, come avevamo programmato di fare, proprio con quegli amici con cui condividevo ogni cosa, spalla a spalla, giorno dopo giorno. Riuscii anche a ridere mentre facevo finta di nulla, mentre lasciavo credere che tutto fosse come sempre: normale.

Un errore di indagine, si chiarì poi. Un mese e mezzo dopo tornò da noi, stravolto e cambiato per sempre, proprio come tutti noi altri. Quello che rimase di quell’estate fu un silenzio enorme su ciò che pensò mio padre in carcere da innocente, quello che sentì dentro di sé, quello che provò. Quelle che invece furono le sue esperienze là dentro, me le racconto. Dieci anni dopo. Meglio tardi che mai. Poi rimasero i danni economici, l’ansia improvvisa per molti anni, la paura di perdere qualcuno, la paura di andare in carcere ingiustamente, la vergogna provata in quei giorni e la vergogna per aver provato vergogna.

A distanza di tanti anni quello che rimane di quei giorni è la difficoltà nel condividere le cose importanti con gli altri. Le cose che contano e che ci segnano proprio con la gente che conta e che ci segna.

Il bicchiere di vino era vuoto, ancora più trasparente di prima. Il mio amico aveva smesso di fumare e mi guardava con un filo di curiosità. E mentre fuori un lampione illuminava la piazza riflettendosi su quel mare calmo e nerissimo iniziai a parlare con altrettanta calma e cercando di non perdere il filo fin dall’inizio. Cercando di non abbandonarmi al solito gioco del solitario, fatto nella mia testa.

“Ora ti racconto una cosa che non sai di me, una cosa accaduta nell’estate del duemiladue…”

[17]

È la memoria il mio punto di contatto. È con la memoria che, spesso, mi ritrovo a fare e i conti ma senza di lei sarei meno della metà di ciò che sento d’essere. Penso spesso a come la memoria funzioni in molti modi, alcuni molto strani. A volte sono i pensieri stessi. Flash confusi di situazioni magari sepolte eppure sempre vive: come cazzotti sul grugno ancora e ancora finché non ne puoi più. Altre volte, invece, sembrano fare giri più lunghi e complicati e dalla vita di tutti i giorni i ricordi si appigliano a piccoli ganci, microscopici suggerimenti. Basta una canzone? Sì, basta una canzone spesso per tornare sulla macchia di mia zia, ancora giovane, ancora bionda, con la mia voce che esclama eccitata: “Alza! Alza!” indicando l’autoradio. Ma a volte anche meno. Profumi e odori. Vestiti nuovi, fragranze antiche, mobili lucidati, interni d’automobili, plastica al sole.

Da uomo adulto mi sorprende sempre il piccolo viaggio mentale che mi ritrovo a fare al tramonto d’estate, quando scendo a gettare l’immondizia. Incredibile a dirsi ma l’immondizia è il mio tallone d’Achille. Forse un giorno scriverò un romanzo dove un giovane ed affascinante protagonista scopre per caso il viaggio nel tempo e lo scopre semplicemente ricevendo una zaffata di puzzo dal cassonetto al tramonto di una sera d’estate. Lo scopre tornando ragazzo, tornando appena fuori il campeggio in pieno Agosto, con i muscoli delle cosce indolenzite, forzando i piedi sui pedali della bicicletta. La pelle liscia, il viso appena adombrato dal primissimo pelo e tantissime aspettative ancora intatte. Un viaggio nel tempo intimo, privato, delicato e immutabile. Nulla di fantascientifico. Nulla di hollywoodiano.

È così che viviamo, con regole semplici e a volte bizzarre ma mai troppo spettacolari. Viviamo con in testa errori fatti, gravi mancanze, poderose conquiste e squisite vittorie; viviamo tenendole tutte in testa e aspettando che un suono ce le faccia riemergere, che un odore ce le richiami improvvisamente o che un ragionamento ce le risvegli. Viviamo con questa memoria sempre lì, sempre attenta a ciò che facciamo quasi avesse vita propria. Non potremmo che essere altro senza questa stramaledetta condanna.

Come potrei essere me stesso se non avessi appena dietro i pensieri quel litigio infinito con mio fratello? Mani di uomini adulti che si cercano per prendersi alla gola. Come sarei senza la noiosa spiegazione di mio padre su come guidare la macchina, prima di dirmi come accenderla? Come, senza la vista delle lacrime di mia madre? Come senza le risate fino alle lacrime con quell’amico, quel pomeriggio? Come, senza quelle lacrime di quell’amico risanate solo da risate senza un concreto motivo? Come sarei, oggi, se non portassi dentro quel disgustoso e rampante primo bacio, dato ad una ragazza, senza alcun sentimento? Come sarei se non ricordassi il primo, emozionante, bacio dato a quella che sarebbe stata, poi, mia moglie? O senza il suo sguardo fuori la chiesa? Senza la sensazione delle mie mani sulla pelle nuda, la bocca secca ad un colloquio di lavoro, le forbici che affondano nei capelli, le pagine del mio libro preferito sui polpastrelli, la vista di un piccolo callo dopo ore di guida, il rumore dei mattoni rotti dopo che quella bara era scesa nella tomba, un vagito, la puzza di merda, vetri che si rompono. Amore. Odio. Paura. Eccitazione. Risentimento.

Penso spesso che la memoria non sia tutto in una persona eppure è lì, appena dietro gli occhi di ciascuno di noi, che torna e torna ancora come le onde d’una marea soggetta sempre alle regole della natura. Ancora e ancora, sempre più grande e immensa perché i fatti di questa vita, mi sembra chiaro, sono troppo complicati per essere capiti tutti assieme e troppo velocemente. Impossibile capirli nel momento stesso in cui li viviamo.

Mentre forzo un poco il braccio per gettare il sacchetto dell’immondizia nella bocca spalancata del secchione, abbandonato sotto al sole morente d’un crepuscolo estivo, mi sembra chiaro che quel cassonetto di tanti anni fa, quello appena fuori il campeggio dove i miei genitori mi obbligavano ad arrivare controvoglia con la bicicletta, era un po’ la boa attorno a cui girare una volta da giovane e ancora mille volte da adulto. Ancora migliaia di volte per tutta la vita, sempre controvoglia, eppure vedendolo sempre come un nuovo giro di boa, giorno dopo giorno.

Non oggi magari, ma tra qualche tempo, quando diverrà anche questo un ricordo da visitare nuovamente.

[16]

“Guarda che potresti sbargliarti, sai? Non sempre il massimo è di per sé segno di vera eccellenza. Non so se mi capisci, bello..Non è sempre arrivare primi la vera vittoria, bello…”

I suoi capelli bianchi gli cadevano, diradati, sulla fronte. Sembravano gocce d’un qualche tipo di materiale alieno, che fuoriusciva dalla testa, traboccando da una pelle macchiata, spaccata in alcuni punti, rugosa. Capelli di media lunghezza che tradivano un qual certo senso di trascuratezza, senza tuttavia offrire il fianco alla tristezza o alla solitudine. Giusto noncuranza. Alle pareti vecchie foto. Quel tipo che mi era davanti, che lavava bicchieri con stampati sul lato marchi di birra famosa, sembrava specchiato in un riflesso in quelle foto in bianco e nero, con i capelli scuri di media lunghezza, abbracciato ad una giovane donna e ad un caro amico.

Io seduto alla barra, su uno sgabello scomodo e con l’imbottitura lacera. Infilavo le dita nel piattino delle noccioline. Il sale restava sui polpastrelli, il resto scendeva nella mia gola. Una birra? Forse due. Non di più. Ero uno studente universitario, 23 o 24 anni e le giornate sembravano sempre lunghe. Le ore col sole, passavano lente immerse tra le pagine di libri di grandi professori, grandi teorie scientifiche, dati e numeri. Le ore col buio, poi, passavano più veloci tra le cene fugaci, le chiacchiere tra amici e lunghe passeggiate nel quartiere universitario della città, un quartiere che sembrava non dormire mai. Ubriaconi e tizi strani con i cani con guinzagli fatti di corda. Il giorno dopo si ricominciava. Non c’era alcuna forma di romanticismo Bohémien in tutto questo, solo una noia fottuta che pervadeva ogni singolo momento della giornata. Obbligo su obbligo, piegati e ripiegati su se stessi e sempre lì a schiacciarti e soffocarti. “Come possono essere questi i miei vent’anni?” mi chiedevo buttandomi le noccioline in gola, ancora e ancora.

“Oh bello mio! Ma ti vedi? Cazzo hai fatto? T’ha mollato la ragazzetta?” Si era fermato lì davanti a me, il proprietario del bar. Aveva smesso di asciugare i bicchieri della birra e mi guardava con lo stesso sguardo del suo corrispettivo più giovane nelle foto, solo più stanco e incorniciato di bianco.

“Ma no, no…che ragazzetta?!” e giù di nocciolina.

“E allora bello? Ancora per quella storia dell’esame universitario?” Un gesto di stizza con lo straccio per i bicchieri della birra, un mezzo sorriso “Non hai sentito un cazzo di quello che ho detto prima, eh? Di questo passo diventi ricco, ma triste e stronzo come tutti gli altri.”

All’epoca mi alzavo alle cinque, mettevo una tuta vecchia e rattoppata e andavo ad appendere cartelloni elettorali. Colla, cartellone e colla di nuovo. Una sfilza di stronzi in cravatta con slogan tutti simili ma simboli e colori differenti. Un secchio e una scopa come strumenti. Un paio d’ore per finire il giro e poi a casa, un piccola stanza in affitto in un appartamento di studenti. Libri fotocopiati illegalmente, per risparmiare qualche soldo.

“Beh, ricco non sarebbe malaccio no?” Azzardai io pensando alla colla.

Il tipo si girò lentamente, tradendo qualche problema all’anca. Strizzò gli occhi e mi guardò per un paio di secondi.

Colla, cartellone e colla di nuovo.

“Giusto bello mio. Non è malaccio. Ma, ripeto, forse non hai sentito quello che ti ho detto prima: arrivare primi non equivale a vincere. Nemmeno per sogno. Quante cose stai sacrificando per arrivare sempre primo, eh? Hai la faccia di uno che prende sempre il massimo…”

Non so dove la vide quella faccia, avevo la barba lunga, i capelli lunghi e un paio di Jeans logori sulle ginocchia. Però era vero, arrivavo sempre primo. Ottenevo sempre il massimo ad ogni esame universitario.

“C’ho preso eh, bello mio? Beh ti faccio un’offerta: ti offro un paio di birre a sera per una settimana, a patto che da domani ritagli del tempo per leggere un libro serio. Non dico quei libri che leggete voi studentelli della facoltà qui vicino. Dico libri seri: Shakespeare, Dostoevskij, Asimov, Orwell…fai te. Qualcosa però, che quando lo chiudi, ti faccia sentire quegli ingranaggi che hai nella testolina ben oliati. Qualcosa che ti faccia pensare e non solo imparare. Studiare non significa capire, sai? Mio figlio ha frequentato la tua stessa università e sai cosa gli dicevo sempre? Studia, studia, che tanto non capisci un cazzo.” Disse con un sorriso amaro.

Ci pensai un momento senza nemmeno, sinceramente, capire perché mi stesse facendo quell’offerta. E il tipo, senza attendere la mia risposta si girò a servire un tipo appena entrato nel locale.

Con le dita ancora piene di sale mi alzai, pulii le mani contro il jeans sporco e me ne andai dopo aver pagato le birre. Mi faceva sentire meglio l’idea che qualcuno ritenesse una sorta di sconfitta arrivare primi. Non sembrava una cattiva cosa un secondo dignitoso posto, a patto che fosse per ottime ragioni. Spendere meglio il tempo invece che rincorrere risultati.

Uscito dal locale mi misi in cammino per tornare a casa. La strada tagliava in due il quartiere universitario e passando proprio accanto all’uscita di servizio della mia facoltà. Uno slalom tra i vetri rotti delle bottiglie di birra e le cagate di cane, una passeggiata tra i cartelli elettorali appesi in fila, ripetizioni di facce da cazzo appese con la colla. Proprio lì, vicino all’entrata di servizio della mia facoltà, campeggiava una scritta fatta con una bomboletta. Una scritta nera su sfondo bianco, in corsivo:

“Studia, studia, tanto non capisci un cazzo”.

[15]

Da vecchio sarò un gran vecchio.

Già so che non tirerò i remi in barca. Non mi ritirerò a vita privata sul portico della mia casetta, povera e di legno ma pur sempre dignitosa. Non starò lì a contarmi i denti rimasti o, peggio ancora, a giocare con la dentiera rimpiangendo i vecchi tempi d’una presa autentica, i morsi alla vita. No. Non sarò uno di quelli che s’affaccia con assiduità dalla finestra della cucina per sbattere il solito triste e maltrattato straccio, facendo risuonare il colpo nel vicinato. Nessun colpo di straccio dalla finestra annuncerà la mia discreta presenza. Nessuna occhiata alla vita insofferente e grigia d’un uomo d’affari o d’una donna in carriera. Nessuna occhiata furtiva al via vai di chi ancora deve raggiungere una noiosa pensione.

Da vecchio sarò uno di quei tipi che si getta col paracadute, un girovago del mondo, un amante della vita proprio quando la vita raggiunge la calma piatta. So, con precisa certezza, che sarò un vecchio con i controcoglioni. Talmente figo da sembrare giovane, senza l’aiuto di nessuna tinta.

Come faccio a saperlo? Semplice, perché mentre siedo sul balcone di casa mia, mentre intervallo l’ossigeno con il fumo d’un sigaro sciupato, sento distintamente il rumore d’uno straccio maltrattato contro il davanzale d’una finestra; vedo la vecchia del palazzo davanti guardare con invidia un giovane uomo stretto nel cappio d’una cravatta correre a lavoro senza badare più di tanto alla strada ma affidandosi alla memoria; guardo il cane dell’altro palazzo appisolarsi sull’ammattonato di un terrazzo, stanco per aver abbaiato tutta la mattina.

Sarò uno di quei vecchi da guardare con ammirazione non per la saggezza infusa, non per la barba diventata bianca a suon di libri letti o consigli spesi, non uno di quelli con la pazienza interminabile nonostante gli orologi non si fermino neppur volendo. Sarò uno di quelli che per dirti le cose ti faranno un discorso ragionato, lucido e teso, per poi concluderlo con una bestemmia. Sarò uno di quelli che si alza dal posto sul bus per far sedere un giovane, sarò uno di quelli da safari dall’altra parte del mondo in camicia cachi intonata a quella della moglie, un vecchio che organizza una cena romantica per un anniversario e che tra il primo e il secondo bisbiglia “Stanotte non ti faccio dormire!”. Uno di quelli che schifa il ballo di gruppo e preferisce il pub.

Non ho certezze per tutto questo ma so che da vecchio sorprenderò tutti e, per primo, me stesso. Bisogna solo aspettare e vedere.

Ancora lo straccio maltrattato.

Vuoi vedere che quel vecchio sta spiando proprio me, seduto qui sul balcone?

[14]

“Vaffanculo”

Anni fa lo dissi forte e chiaro, e fu una dannata liberazione. In una sola parola spinsi tutta la contrapposizione che potevo, una contrapposizione ai bianchi indumenti che indossavo ad un linguaggio da tenere sempre pulito, altrettanto asettico. Si trattava di risoluzione o transizione? Non potevo saperlo all’epoca ma ciò di cui ero consapevole era che stavo prendendo una decisione e, credetemi, io con le decisioni ho un rapporto più che strano, unico direi. Il mio non si tratta di un processo tanto razionale e ponderato, non mi curvo in posa plastica come un pensatore classico, ma butto i pensieri nella pancia e li lascio macerare, li faccio crescere affinché facciano poi crescere anche me. A volte un “Vaffanculo” vale tutta la spesa, tutti i costi e gli investimenti, nonostante i grafici finanziari dicano il contrario.

“Fammi capire: hai buttato via in un solo giorno tutta una carriera, tutti gli studi e i sacrifici fatti?” Il mio sorriso storto era la miglior risposta che potessi dare. Tolsi dalla bocca il sigaro ammezzato e scaricai la cenere nel vasetto nero poggiato sul tavolo coperto da una tovaglia a scacchi da trattoria. Gli occhi di tutti, in quel momento erano puntati su di me. 18 adulti, 19 con me, tutti in fila lungo un tavolo con sopra i piatti sporchi, resti di cibo. Saremmo dovuti essere 20. Per un attimo rimasi a godermi quegli occhi presi a fissarmi, a giudicare una scelta apparentemente insensata. Barbe su visi che prima erano glabri, rasature su volti una volta appena appena ispidi. Capelli di donne giusto un po’ rovinati al posto di chiome una volta lucenti e perfette. Questo è l’effetto di una cena di classe, di una rimpatriata, dopo quasi vent’anni di assenza generale. Dopo tutto, si sa, ci si rivede per un grande giudizio collettivo, per un incontro di boxe tutti contro tutti, e anche contro se stessi. Ci si rivede per la voglia di sapere se si è migliorati e se si è vinto sui fantasmi passati. Per sapere, insomma, a che punto si è nella vita, tra le risate per aneddoti lontani.

“Ma voi l’avete mai fatto? C’è qualcuno qui in mezzo che l’abbia mai fatto? Siete mai stati tritati da ritmi massacranti per poi rendervi conto che quello che avete ottenuto non faceva per voi? O meglio: per rendevi conto che avevate soddisfatto pienamente solo una parte di voi, ma non tutto il resto.” Le cene di classe servono a questo e io glielo servii senza troppi rimorsi. Uno dopo l’altro iniziarono a scuotere le teste, a giudicare. Qualcuno si mostrò anche preoccupato; corrucciato e afflitto iniziò a piegarsi verso di me chiedendo se fosse possibile tornare sui miei passi, tornare indietro. Ma io continuai: “Allora? Qualcuno ha mai avuto le palle per dire basta? Per cambiare in modo talmente netto da far stringere il culo anche al conduttore di un gioco a premi?” Beh il silenzio, l’imbarazzo e, soprattutto, la riflessione in una cena piena di passati amici e vecchi nemici riescono ad essere il segno inequivocabile di una piccola vittoria. Ripresi il sigaro, qualcuno si alzò infastidito dal fumo pesante, qualcuno cambiò discorso, tirando fuori foto di marmocchi bruttarelli e di viaggi in paesi lontani ma contaminati da connazionali.

Io ripensai al camice bianco e pensai che quel giorno, quel giorno in cui mandai tutti a quel paese, stavo per andare nella lavanderia dell’ospedale. I camici puzzano. Puzzano da matti dopo anamnesi e terapie e questo non te lo dice nessuno prima, né dopo. Lo sai solo se lo possiedi, un camice.

“Non ti manca? Quella professione dico…”

Il sigaro oramai era finito, era divenuto cenere in una naturale combustione. I sigari iniziano con grandi fiammate e pesanti boccate puzzolenti, ma terminano tutti nello stesso modo, con piccoli cerchi di cenere dove accartocciare le foglie di tabacco pressate. È naturale, fa parte del loro ciclo. Puoi solo accenderne un altro. Un sigaro diverso, dal sapore leggermente differente, fino a quando anche quello non diventerà cenere. Va accettato, con semplicità.

“No, non mi manca. E sai perché? Perché io non sono quella professione, tutt’al più era quella professione ad avermi in prestito, ad adattarsi a me e quindi…il Vaffanculo c’era tutto e di motivi ne avevo a milioni.”

Tutti si erano alzati oramai, tirando fuori la loro parte di soldi per pagare una cena noiosa e a cui nessuno, in realtà, avrebbe voluto partecipare. Soldi sparsi per pagare i piatti pieni di giudizi sferrati ai noi stessi più giovani di vent’anni. Questo il conto non lo diceva. Ma mentre io buttavo un paio di banconote da dieci nel mucchio fui preso, per un solo momento, da un dubbio terribile. Ricordai che in quel vecchio camice, quello che puzzava di sudore e con il colletto grigio, avevo lasciato nelle tasche oltre a due penne e ad un’agenda anche due banconote. Due pezzi da dieci proprio come quelli che ora avevo davanti. Qualcuno magari ci si era pagato un pranzo o, forse, una cena di classe con vecchi amici e vecchi nemici.

Ancora un sorriso storto e “Vaffanculo” in onore dei vecchi tempi.

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La tedesca, la madre del mio amico d’infanzia Thommy, era alta e bionda, magra. Aveva quel fascino del nord che solo le tipe del nord hanno o credono di avere fino ad avercelo per davvero. Era bionda e i capelli le arrivavano fino al culo. Il culo…beh per i miei occhi da ragazzino di otto anni era solo un culo. Pur avendo un’espressione severa, rigida e fredda, aveva modi gentili che stridevano con i suoi lineamenti. Doveva “dirigere” una casa con tre figli maschi e quindi spesso faceva appello alle sue espressioni da generale tedesco sceso in patria straniera. Gli uomini della periferia dove abitavo la vedevano un po’ come l’esotica tipa stravagante da desiderare, l’amante bella e ancora giovane che ti faceva sentire un tipo da film hollywoodiano, un tipo che la fa franca con la moglie. La vedevano così. Bella, giovane, soda e misteriosa. Io la vedevo come la madre di un mio amichetto di quartiere e quindi di aspetto normale, magra e vecchia d’età.

Al piano superiore della villetta in stile USA dove abitava il mio amico, c’era la zona notte. Una fila di stanze singole abitate dai tre figli e dalla madre. La prima dopo le scale era del maggiore, la seconda del figlio di mezzo e la terza del piccolo Thomas. Subito dopo c’era la grande camera matrimoniale della tedesca dove troneggiava il letto a due piazze e mezzo e dove una costante luce bassa illuminava gli interni. In fondo al corridoio il bagno del piano, piccolo e di servizio ma comunque con una doccia dignitosa. Per tutto il piano correva una moquette grigia. Il mio desiderio per le case a due piane nacque proprio da quella disposizione, proprio da quell’assortire le stanze di una casa, dividendole logicamente. “Creare spazi e non ricavarli” diceva spesso mio padre mentre riorganizzava il mobilio di casa nostra, incasinando sempre più ogni cosa rendendola invivibile. In uno dei lunghi pomeriggi primaverili di gioco, uno di quelli in cui te ne torni a casa con il sole già calato e la sera già bella che avanzata, stavo recuperando le mie cose per andarmene quando mi accorsi di aver lasciato nella camera del mio amico la giacca. Salii al volo i gradini e mi infilai nella sua stanza. Senza neppure accendere la luce mi misi a cercare andando un po’ a tentoni e un po’ a memoria. Trovato quello che cercavo feci per andarmene e in quel momento, in quell’attimo preciso, feci un passo verso il turbolento mondo dell’età adulta. La tedescona, dopo aver fatto la doccia e credendo il piano deserto, uscì dal bagno completamente nuda dirigendosi verso la camera da letto. Non mi vide naturalmente, ero nel buio della stanza attigua, ma io vidi lei e la vidi per bene. Sul momento non pensai nulla, ero solo imbarazzato trovandomi nel posto sbagliato al momento sbagliato, poi sulla strada per casa, nel silenzio delle vie illuminate dai lampioni e ancora dai pochi raggi del sole non del tutto scomparsi, passò l’imbarazzo e giunse una sensazione nuova. Una sensazione che avrei sperimentato più volte nel corso degli anni: sapere o avere vissuto qualcosa e non poterlo dire ad un cazzo di nessuno. A chi lo potevo dire? “Ciao mamma, sai che oggi ho visto la mia prima fica?” non sarebbe andato bene. “Hey Thommy, ho visto tua mamma tutta nuda, che bomba!” neanche questo. Quel tipo lì era il mio unico amico all’epoca quindi non avevo davvero modo per condividere con qualcuno il fatto. Me lo tenni per me, maledicendo poco a poco sempre più la mia avversità alle relazioni sociali.

La condivisione, capii poi, presuppone un punto d’incontro già a priori, un aggancio tra le persone senza il quale non c’è dialogo.

Qualche giorno dopo, io e Thommy, stavamo trafficando nella piccola casetta di legno. Da parte mia quella era il punto cardine della nostra amicizia e non me ne vergognavo, per lui solo un altro posto “ultra lusso” dove portare un amico alle cinque di pomeriggio. D’improvviso il ragazzino mi guarda e mi dice: “La vuoi vedere una cosa davvero tosta?” e io “Si certo.” Sinceramente mi aspettavo qualcosa tipo sigarette al mentolo, qualche animale sventrato e morto male, un qualche tipo di videogame all’ultimo grido. Così aggiunsi “Cosa?” e lui con sguardo fiero quasi sibilò

“La fica.”

Pensai d’essere stato in qualche modo scoperto. Mi immaginai delle mie foto compromettenti mentre guardavo sua madre uscire dal bagno o qualcosa del genere. Invece lui tirò fuori un giornaletto con delle signorine denudate.

La fica era lì. Stampata su della carta scadente, col piombo e colori cancerogeni. Era lì come era giusto che fosse per due bambocci di otto anni e come lo sarebbe stato ancora per alcuni anni in avanti per la gioia dei miei occhi. Era lì per scolpire le mie fantasie da ometto prepuberale trasportandomi nel terribile e maniacale mondo dell’adolescenza, battezzandomi poi uomo fatto e finito. Ma quello che per il mio giovane amico era un mondo completo, quello del giornale, per me era solo la mera e pallida imitazione di ciò che i miei occhi avevano assaporato, anche solo per un due secondi.

Mentre con eccitazione sfogliavamo quel triste giornale per ragazzini per la prima volta compresi cosa volesse dire mordersi la lingua, tenersi qualcosa per sé evitando di ferire i sentimenti altrui o evitando d’essere feriti da un cazzotto nell’occhio. Forse il primo passo verso la crescita non fu il vedere dal vivo una donna senza vestiti, quanto il tenerselo per sé, custodirlo come un segreto da portarsi avanti negli anni. Gelosamente.