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Se c’è una dote che la vita da pendolare ha più messo in risalto, è la mia capacità di adattamento. Il continuo mutamento in un ambiente temporaneamente costante può essere, in alcune circostanze, la tua via d’uscita, la tua salvezza. Per dieci anni ho seguito la scuola speciale di pendolarismo, una scuola che si teneva quotidianamente, mattina e sera, che piano piano ha modificato il mio approccio all’ambiente, ha modificato il mio relazionarmi con gli altri. Da collaboratore sensato e razionale, da gentile cittadino coscienzioso, sono diventato cacciatore di anfratti dove poggiare le mie chiappe giovani e nate stanche.

L’ultimo degli stronzi è quello che si fa il viaggio in piedi, è risaputo.

Questo è un esempio di adattamento, di cambiamento più o meno scientifico. Nasci sprovveduto e costretto ad un’ora di viaggio attaccato ai sostegni e muori esperto e sagace, comodo e menefreghista della solita vecchia che inscena una morte apparente ai tuoi piedi pur di sedersi. E no, non ci sono cascato nemmeno quella volta in cui quella vecchia ha “finto” le convulsioni.

Si fottesse.

Ma forse queste sono doti che erediti, che ti tramandano le generazioni passate tramite interminabili sequenze di informazioni impacchettate nel sesso. Se devo pensare, nella mia famiglia, ad un campione dell’adattamento, beh quello era mio nonno. Un tipetto non troppo alto da cui ho preso senza dubbio la voglia di ridere, l’amarezza di fondo, gli occhi, la voglia di raccontare storie, di bere vino e, appunto, l’adattamento. Poco altro, ma è sufficiente.

Quando qualcuno mi racconta dei suoi nonni lo fa con la luce negli occhi, quella luce che contorna racconti pieni di stima e di orgoglio, racconti di origini, sacrifici ed eleganza. Mio nonno era un figlio di puttana che non amava vivere ma adorava sopravvivere e che lo faceva nel modo più discreto e miserabile possibile. Un vecchietto diventato vecchio, forse, troppo presto e che si è circondato nell’arco della vita della tipica povertà del dopo guerra, privandola però di ogni forma di dignità. Una povertà che, a differenza dei suoi coetanei, non è riuscito a smaltire con il boom economico degli anni ’60 ma che si è portato dietro fino alla tomba.

Aveva gli occhi sottili, grandi ma a mandorla, che stonavano con gli occhiali ma che una volta liberati mostravano tutta la loro bellezza. Aveva sempre un bicchiere di rosso o di bianco in una mano e una Marlboro nell’altra. Aveva una predilezione per le risate, quelle in compagnia, eppure semivuote, perché odiava dirti di sé altrimenti ti avrebbe ucciso con la sua amarezza e lo sapeva. Ma sopratutto era un grande raccontatore di cazzate. Ne diceva a bizzeffe. Negli anni le storie di guerra cambiavano talmente tanto nei particolari da diventare sempre nuove e noi nipoti stavamo lì a sentirlo per ore intere chiedendoci come diamine facesse ad inventarsene di simili. Con un’educazione di qualche tipo, forse, avrebbe fatto lo scrittore.

Per lui l’adattamento non era una dote eroica con la quale emergere, per lui era un gradino al quale aggrapparsi per non scivolare. Il ragazzo aveva cervello, senza dubbio, ma cazzo non si applicava davvero. Lui si rifugiava nella damigiana di vino e nella pensione minima, nelle buche di protezione dei campi di battaglia dove aspettava che il tutto fosse finito, nelle cene in pizzeria gentilmente offerte dai generi e dalle figlie. Si adattava come un vero Italiano medio al quale poco importa che ci possa essere di più nei ragionamenti di politica ed economia, si adattava agli anni che passavano senza un vero obiettivo se non quello, appunto, della sopravvivenza. Gli andava bene così, era felice così.

Sì, se devo riconoscere in qualcuno della mia famiglia, la capacità di adattarmi all’ambiente per i miei scopi, questo è senz’altro mio nonno. Un tipetto basso, con gli occhi a mandorla che nella mia testa ancora parla di cose che non sa, solo per dimostrarti che lui era sul pezzo, c’era nel discorso e probabilmente che aveva ben più ragione di te.

E tutte le volte che conquisto un posto sui mezzi pubblici, tutte le volte che dribblo una cazzo di vecchia claudicante che annaspa semicosciente e ansimante, ricordo da dove vengo. Vengo dal piccolo figlio di puttana, tremendamente imperfetto, racconta palle, bevitore di vino e pieno d’amarezza che sapeva fare suo l’ambiente non per conquistare grande obiettivi, ma solo per sopravvivere.

Solo per sedersi sui mezzi pubblici e non farsi il viaggio in piedi.

Come l’ultimo degli stronzi.