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La tedesca, la madre del mio amico d’infanzia Thommy, era alta e bionda, magra. Aveva quel fascino del nord che solo le tipe del nord hanno o credono di avere fino ad avercelo per davvero. Era bionda e i capelli le arrivavano fino al culo. Il culo…beh per i miei occhi da ragazzino di otto anni era solo un culo. Pur avendo un’espressione severa, rigida e fredda, aveva modi gentili che stridevano con i suoi lineamenti. Doveva “dirigere” una casa con tre figli maschi e quindi spesso faceva appello alle sue espressioni da generale tedesco sceso in patria straniera. Gli uomini della periferia dove abitavo la vedevano un po’ come l’esotica tipa stravagante da desiderare, l’amante bella e ancora giovane che ti faceva sentire un tipo da film hollywoodiano, un tipo che la fa franca con la moglie. La vedevano così. Bella, giovane, soda e misteriosa. Io la vedevo come la madre di un mio amichetto di quartiere e quindi di aspetto normale, magra e vecchia d’età.

Al piano superiore della villetta in stile USA dove abitava il mio amico, c’era la zona notte. Una fila di stanze singole abitate dai tre figli e dalla madre. La prima dopo le scale era del maggiore, la seconda del figlio di mezzo e la terza del piccolo Thomas. Subito dopo c’era la grande camera matrimoniale della tedesca dove troneggiava il letto a due piazze e mezzo e dove una costante luce bassa illuminava gli interni. In fondo al corridoio il bagno del piano, piccolo e di servizio ma comunque con una doccia dignitosa. Per tutto il piano correva una moquette grigia. Il mio desiderio per le case a due piane nacque proprio da quella disposizione, proprio da quell’assortire le stanze di una casa, dividendole logicamente. “Creare spazi e non ricavarli” diceva spesso mio padre mentre riorganizzava il mobilio di casa nostra, incasinando sempre più ogni cosa rendendola invivibile. In uno dei lunghi pomeriggi primaverili di gioco, uno di quelli in cui te ne torni a casa con il sole già calato e la sera già bella che avanzata, stavo recuperando le mie cose per andarmene quando mi accorsi di aver lasciato nella camera del mio amico la giacca. Salii al volo i gradini e mi infilai nella sua stanza. Senza neppure accendere la luce mi misi a cercare andando un po’ a tentoni e un po’ a memoria. Trovato quello che cercavo feci per andarmene e in quel momento, in quell’attimo preciso, feci un passo verso il turbolento mondo dell’età adulta. La tedescona, dopo aver fatto la doccia e credendo il piano deserto, uscì dal bagno completamente nuda dirigendosi verso la camera da letto. Non mi vide naturalmente, ero nel buio della stanza attigua, ma io vidi lei e la vidi per bene. Sul momento non pensai nulla, ero solo imbarazzato trovandomi nel posto sbagliato al momento sbagliato, poi sulla strada per casa, nel silenzio delle vie illuminate dai lampioni e ancora dai pochi raggi del sole non del tutto scomparsi, passò l’imbarazzo e giunse una sensazione nuova. Una sensazione che avrei sperimentato più volte nel corso degli anni: sapere o avere vissuto qualcosa e non poterlo dire ad un cazzo di nessuno. A chi lo potevo dire? “Ciao mamma, sai che oggi ho visto la mia prima fica?” non sarebbe andato bene. “Hey Thommy, ho visto tua mamma tutta nuda, che bomba!” neanche questo. Quel tipo lì era il mio unico amico all’epoca quindi non avevo davvero modo per condividere con qualcuno il fatto. Me lo tenni per me, maledicendo poco a poco sempre più la mia avversità alle relazioni sociali.

La condivisione, capii poi, presuppone un punto d’incontro già a priori, un aggancio tra le persone senza il quale non c’è dialogo.

Qualche giorno dopo, io e Thommy, stavamo trafficando nella piccola casetta di legno. Da parte mia quella era il punto cardine della nostra amicizia e non me ne vergognavo, per lui solo un altro posto “ultra lusso” dove portare un amico alle cinque di pomeriggio. D’improvviso il ragazzino mi guarda e mi dice: “La vuoi vedere una cosa davvero tosta?” e io “Si certo.” Sinceramente mi aspettavo qualcosa tipo sigarette al mentolo, qualche animale sventrato e morto male, un qualche tipo di videogame all’ultimo grido. Così aggiunsi “Cosa?” e lui con sguardo fiero quasi sibilò

“La fica.”

Pensai d’essere stato in qualche modo scoperto. Mi immaginai delle mie foto compromettenti mentre guardavo sua madre uscire dal bagno o qualcosa del genere. Invece lui tirò fuori un giornaletto con delle signorine denudate.

La fica era lì. Stampata su della carta scadente, col piombo e colori cancerogeni. Era lì come era giusto che fosse per due bambocci di otto anni e come lo sarebbe stato ancora per alcuni anni in avanti per la gioia dei miei occhi. Era lì per scolpire le mie fantasie da ometto prepuberale trasportandomi nel terribile e maniacale mondo dell’adolescenza, battezzandomi poi uomo fatto e finito. Ma quello che per il mio giovane amico era un mondo completo, quello del giornale, per me era solo la mera e pallida imitazione di ciò che i miei occhi avevano assaporato, anche solo per un due secondi.

Mentre con eccitazione sfogliavamo quel triste giornale per ragazzini per la prima volta compresi cosa volesse dire mordersi la lingua, tenersi qualcosa per sé evitando di ferire i sentimenti altrui o evitando d’essere feriti da un cazzotto nell’occhio. Forse il primo passo verso la crescita non fu il vedere dal vivo una donna senza vestiti, quanto il tenerselo per sé, custodirlo come un segreto da portarsi avanti negli anni. Gelosamente.