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Aveva bevuto troppo. Aveva fumato troppo. Gli occhi rossi, i capillari evidenti. Se dovessi descriverlo direi che sembrava “tutto occhi”. Era lì davanti a me, poggiato sui gomiti, sul tavolo, che guardava confuso il soffitto ingrigito del suo appartamento, le pareti ingiallite e il mobilio mezzo ricavato. Avrebbe lasciato l’appartamento qualche mese dopo con un salto di qualità e a solo qualche passo di distanza. I capelli scomposti e la barba lunga. Sembrava l’immagine dello stesso amico conosciuto anni prima, ma tirata e stressata, modificata. La conoscenza di una persona fa questo effetto: si sovrappone l’immagine di un decennio prima con ciò che i tuoi occhi vedono al momento e fai confusione. Ti confondi tra quello che era con quello che è. Io ero ubriaco, felice di essere andato a trovarlo, così lontano da noi. Mia moglie sobria che ci guardava divertita, godendosi i nostri discorsi un po’ sconclusionati. Tutti e tre curvi sul tavolo a ricordare qualche vecchia vicenda divertente, ad aggiornarci sulle nuove. Risate, momenti seri. Fuori il mare era silenzioso, un porto calmo nel cuore della notte. Una piazza ammattonata che finiva direttamente dentro l’acqua. Romantico eppure normale, quotidiano.

Un bicchiere di vino nuovamente pieno nella mia mano, una boccata di fumo tra le sue labbra. Altre risate.

Lui mi guarda e mi fa: “Oh comunque incredibile…ti conosco da quasi quindici anni e non sei cambiato di una virgola. Per carità…qualche capello bianco ce l’hai pure te eh…però sei sempre lo stesso, cazzo! Sempre te, e ti riconoscerei comunque anche ricoperto di rughe.” Ridiamo tutti e tre, di gusto, e aggiunge. “Noi tre ci conosciamo perfettamente. Anche con questi cazzo di chilometri di distanza. Sappiamo tutto gli uni degli altri, anche senza dircelo.”

Il vino nel bicchiere sembra calmissimo, come il mare fuori la finestra. Trasparente oltre il vetro.

Mentre scendeva un improvviso silenzio mi resi conto che quell’amico, quel tipo che m’aveva conosciuto ai tempi dell’università, che aveva condiviso con me risate, serate alcoliche, depressioni, distanze e convivenze continuava a conoscermi pur senza alcuni tasselli fondamentali. Momenti tanto cristallizzati dentro di me, che avevo quasi dimenticato di gestire, sicuramente di raccontare.

Era l’estate del duemiladue e spesso i miei mi obbligavano a lavorare con l’azienda di famiglia. Giornate interminabili, roventi, passate a portare pacchi e mobili. I momenti che maggiormente mi hanno messo in contatto con mio padre, nella mia vita, erano proprio quelli passati col sudore addosso, con la fatica in corpo fino a non riuscire a dormire la sera eppure impossibilitato a fare anche solo un passo. Ore trascorse in un camion che puzzava di benzina e di sporco. Tutte cose che, oggi, simboleggiano per me il valore dei soldi. Mentre amici e conoscenti, ragazzini adolescenti come me, trascorrevano i pomeriggi al sole, in compagnia, all’ombra del divertimento, io mi concentravo sulle mie fantasie, sui miei ricordi, cercando di far scivolare via la giornata. Un’altra giornata e un’altra ancora passata ad imparare che la moneta si suda, letteralmente, la ricchezza si guadagna. La moneta ti fa scivolare via l’estate senza che tu possa rendertene quasi conto. La povertà capita, invece, e pur capitando ti si attacca addosso, fino a diventare una nuova routine. Passavo così le estati a quel tempo, intervallando fatica e randomiche escursioni tra amici, ubriacature di stagione e primissimi amori con sudore e alzatacce. Trascorrevo l’adolescenza nella normalità pensando d’essere anomalo, piangendo ingiustizia in un mondo che poi, vuoi o non vuoi, è ingiusto un po’ con tutti.

Quella volta che venni svegliato presto, prestissimo da mia madre, ricordo che pensai subito che le ingiustizie esistono, che ti colpiscono esattamente come si pensa, improvvisamente e senza preavviso. Ricordo che pensai che la sera prima avevo riposto in modo scomposto le scarpe da ginnastica usate durante il giorno per lavorare, le avevo gettate in un angolo della stanza, ancora piene di polvere, senza alcuna delicatezza e con noncuranza. Le odiavo perché proprio in quelle scarpe passavo ore su ore a faticare, a riempire le mani di calli e i pensieri di amarezza.

“Svegliati. Ci sono i carabinieri.”. Me lo disse in modo secco, diretto, come altrimenti non poteva fare. Non esistono altri modi per dire che tuo padre è stato arrestato per chissà quale motivo e che da lì in avanti la salita sarebbe stata ben più ripida di quanto pensavi. Ma mia madre, che da anni ormai mostrava il fianco alle preoccupazioni, ci mise del suo, aggiungendo: “Tranquillo, non sono qui per te.” A distanza di quasi vent’anni questa frase mi fa ancora sorridere. L’ironia sottesa e non voluta del poter essere tranquillo perché tanto non sarei stato io ad essere arrestato ma mio padre, mi fa sempre pensare al lato di mia madre che più mi ha trasmesso, infettandomi la crescita: mostrare sempre l’aspetto positivo alle persone che ami, anche quando davvero non c’è nulla da salvare. Saranno state le quattro del mattino e fuori, attraverso le tapparelle, vedevo chiaramente il cielo ancora scuro e l’illuminazione di un lampione solitario filtrare. Ricordo le divise, ricordo la luce abbagliante del lampadario del soggiorno, mio padre seduto che controllava delle carte e che con voce flebile diceva a mia madre: “Siamo rovinati.” Non ricordo lacrime, non in quel momento, ma ricordo mio padre costretto ad orinare con la porta aperta, davanti al figlio e davanti a degli estranei. Per la prima volta lo vidi debole; un uomo sottile sotterrato da una vita di lavoro che non ripagava i suoi frutti ma che, anzi, avanzava tante, troppe, richieste. Davanti a me, per la prima volta, fu prima uomo e poi padre.

Quando rimasi solo in casa non potevo che essere confuso. Giovane e inesperto della vita avevo avuto un assaggio di vera anormalità e non m’era piaciuta per niente. Rientrai in camera, ancora buia nonostante fuori l’alba avanzasse senza sosta. Nell’angolo le scarpe sporche di polvere, impregnate del lavoro del giorno prima. Come un monumento all’inutilità dei sacrifici erano lì, osservandomi con feroce staticità come a dirmi “Visto? S’è spaccato il culo per anni e ora…ciao ciao…e guarda che faccia che hai?! Giovincello sulla stessa strada d’un lavoratore c’hai inzuppato di sudore per tutta l’estate e c’avresti inzuppato di lacrime se avessi potuto e ora, invece, correresti sui vetri per tornare a ieri. Ma quante volte ancora farai di questi ragionamenti…quante volte…”. Sembravano sorridere quelle maledette. Mi rimisi a letto senza piangere, anche se ad un ragazzo sarebbe stato concesso, senza dormire anche se l’ora l’avrebbe concesso.

Niente drammi.

Quel giorno giocava la nazionale, un giorno di festa e di sospensione per tutto il paese. Vidi la partita con gli amici, come avevamo programmato di fare, proprio con quegli amici con cui condividevo ogni cosa, spalla a spalla, giorno dopo giorno. Riuscii anche a ridere mentre facevo finta di nulla, mentre lasciavo credere che tutto fosse come sempre: normale.

Un errore di indagine, si chiarì poi. Un mese e mezzo dopo tornò da noi, stravolto e cambiato per sempre, proprio come tutti noi altri. Quello che rimase di quell’estate fu un silenzio enorme su ciò che pensò mio padre in carcere da innocente, quello che sentì dentro di sé, quello che provò. Quelle che invece furono le sue esperienze là dentro, me le racconto. Dieci anni dopo. Meglio tardi che mai. Poi rimasero i danni economici, l’ansia improvvisa per molti anni, la paura di perdere qualcuno, la paura di andare in carcere ingiustamente, la vergogna provata in quei giorni e la vergogna per aver provato vergogna.

A distanza di tanti anni quello che rimane di quei giorni è la difficoltà nel condividere le cose importanti con gli altri. Le cose che contano e che ci segnano proprio con la gente che conta e che ci segna.

Il bicchiere di vino era vuoto, ancora più trasparente di prima. Il mio amico aveva smesso di fumare e mi guardava con un filo di curiosità. E mentre fuori un lampione illuminava la piazza riflettendosi su quel mare calmo e nerissimo iniziai a parlare con altrettanta calma e cercando di non perdere il filo fin dall’inizio. Cercando di non abbandonarmi al solito gioco del solitario, fatto nella mia testa.

“Ora ti racconto una cosa che non sai di me, una cosa accaduta nell’estate del duemiladue…”