[20.2]

Le aspettative che avevo in un punto di riferimento, come con un fratello maggiore, per me erano andate a farsi benedire da anni, con uno scenico litigio. Le aspettative che un fratello minore, seppur putativo come mio cugino, poteva nutrire nei miei riguardi stavano facendo ora la medesima fine. Mi sembrava una sorta di catena che ripete se stessa senza mai comprendersi, senza mai migliorarsi, fagocitandosi ad ogni sua ripetizione. In quella situazione, durante tutto il viaggio, vestivo i panni di mio fratello, me li sentivo addosso: scostante e incazzato, ero infastidito dal dover essere lì, eppure non avevo fatto niente per evitarlo. Avevo, anzi, accettato la richiesta di aiuto, non mi ero tirato indietro, eppure lo avevo fatto con uno stato d’animo contrario. Lo avrei ammazzato in un modo diverso ad ogni chilometro percorso e non stavo facendo nulla per nasconderlo. Questo era il modus operandi di mio fratello, lo conoscevo bene: ti aiuto senza volerlo. Ti soccorro e, mentre ti salvo da morte certa, ti ricordo quanto sia un peso per me la tua vita e quanto tu sia un coglione nato male. Ti odio e per questo ti salvo, affinché tu possa vivere tutta la vita consapevole del mio odio per te. Psicopatia pura.

Forse si trattava di una malattia mentale trasmissibile in famiglia, non so. Forse tutti i nostri antenati ne avevano sofferto e la scienza moderna non aveva ancora scoperto nulla al riguardo. Magari mille generazioni nel futuro avrebbero riconosciuto questo comportamento di merda come qualche schifezza da inserire in una versione avanzata del DSM.

A differenza del giorno precedente, procedemmo con una pioggia costante che batteva contro il parabrezza. Un picchiettio che copriva ogni canzone trasmessa da una radio messa lì tanto per. Un ronzio di fuori che copriva il ronzio di dentro. Sembrava di viaggiare nel culo di una vespa.

“Spiegami una cosa -iniziai io, stavolta con tono pacato, leggero- perché in questo modo? Non mi chiedo il perché di questo viaggio, quello che mi domando è il perché tu abbia deciso di farlo in questo modo. Voglio dire: non mi ha stupito più di tanto il fatto che tu mi abbia chiesto di accompagnarti, ma davvero non riesco a capire il motivo per cui mi hai quasi supplicato di non dire nulla a mia moglie e a nessun altro. Cosa diamine c’è di male?”

Il sorrisetto sotto i baffi, che da sempre sembrava contraddistinguere il suo viso non c’era mentre, quasi sottovoce, mi rispose: “Sai quante volte ho provato a coinvolgere gli altri, amici o parenti, nelle mie idee, nei miei progetti? Sai quante volte la gente dice di no solo perché a proporre qualcosa di serio sono io? Un fallito ubriacone è sempre destinato a fallire, a quanto pare. Le persone, soprattutto quelle più vicine, non mi hanno mai appoggiato, chicco mio, non mi hanno mai preso sul serio. E quando le persone non mi prendono sul serio…beh…passa la voglia anche a me di prendermi sul serio. Mi passa la voglia di mettermi in gioco. È così da sempre. Penso di fare questa cosa da tanto tempo e per tanto tempo non sono stato sicuro se farla fosse o meno la cosa migliore. Secondo te cosa sarebbe accaduto nella mia testa se qualcuno avesse cominciato a dirmi che si trattava di un’idea di merda? Eh chicco mio? Cosa sarebbe successo se, come è sempre successo, qualcuno avesse cominciato a dire la sua senza sapere cosa avessi in mente io? Senza sapere quanto mi costasse anche solo proporla la mia idea?”

Rimasi a guardarlo senza dire nulla. Tra di noi i tergicristalli rimbalzavano come palle da tennis tra due giocatori seduti in panchina.

“Tua moglie non c’entra niente eh, per carità. Ma per me era fondamentale che nessuno di coloro che mi circondano lo sapesse e si prendesse a briga di dire la propria. Dirlo a pochi poteva significare farlo sapere a tutti gli altri. E se fosse successo, se lo avessero saputo, avrei mollato. Mi conosco. Non sono come te…io non continuo per la mia strada perché sono sicuro sia la scelta giusta e non la cambio solo in base alle mie considerazioni.”

“Come sei allora?” chiesi, sapendo la risposta.

“Io ho un casino in testa, ce l’ho sempre avuto. Non penso al domani, io penso al massimo alla prossima ora. Anzi, per me questo è già tanto. Nessuno mi ha insegnato un cazzo e ora non so cosa diamine insegnare ai miei figli. Però ti dico una cosa: questo viaggio l’ho pensato io, è una mia idea, era un mio desiderio e non me ne frega nulla del parere altrui, ok? Non me ne frega nulla, ma sono troppo debole per fregarmene fino in fondo. Sono troppo debole per accettare l’opinione altrui e tirare avanti. Quindi ho bisogno che nessuno mi dica nulla al riguardo. Sapevo che ti saresti incazzato, ma sapevo anche che avresti avuto da ridire per i modi, non per il viaggio in sé.”

“Ok, ho capito.” dissi tornando a guardare la strada dritta davanti a noi. Era questo, dunque. Decidere da solo dopo una vita di decisioni di merda. Decidere da solo e non lasciare che la propria insicurezza lasciasse spazio alle parole altrui, interferendo con la decisione presa. Non dirlo a nessuno per paura del giudizio degli altri. “Gli altri” erano proprio gli amici, i parenti e le donne che in tutti quegli anni lo avevano circondato, lo avevano consigliato, deriso, sottovalutato. Eppure io non rientravo in questo ragionamento, io ero un outsider. Io, per lui, ero probabilmente il fratello che non lo riempiva di belle parole, di consigli moralisti sul da farsi o su come condurre la vita. Quella merda l’avevo sempre messa da parte. L’avevo preso a calci nel culo, letteralmente, quando c’era da portarlo in comunità per ripulirsi dalla droga, e avevo accettato la sua richiesta quando tre giorni prima mi aveva chiesto di accompagnarlo a mille chilometri di distanza…perché ne aveva bisogno, perché era quello che avrebbe dovuto fare già tempo addietro e che ora, per lui, era diventato prioritario con due figli nella vita e un mucchio di casini di traverso. Ora il sorrisetto sotto i baffi ce l’avevo io.

“E dimmi un po’: cosa le dirai quando la vedrai?”

Lui sembrava riflettere sulla domanda. Poi lentamente e scandendo le parole una ad una: “Le chiederò semplicemente il perché se ne è andata. Le chiederò se in questi anni non si è vergognata di avermi abbandonato, di non avermi visto crescere, di non avermi aiutato ad uscire dai guai quando ne avevo bisogno. Le chiederò se sa che è diventata nonna e poi le sbatterò in faccia le foto di quando ero ragazzino, le foto che hai portato tu, quelle che hai preso dall’album di famiglia. ‘Sto gesto me lo sogno da anni. Poi prenderò e me ne andrò. Non voglio nemmeno sentire quello che ha da dirmi.” Mentre ai lati della strada gli alberi verdi ci circondavano in una macchia ombrosa e umida di pioggia, mise con un gesto nervoso la freccia, imboccando l’uscita. Sul braccio risplendeva d’un nero acceso la scritta scomposta che il giorno prima avevo letto fugacemente “Why, Mother?!”, come a sottolineare il discorso appena concluso, come se si stesse portando dietro, da chilometri, anche quel tatuaggio da mostrare a quella donna che anni prima lo aveva abbandonato. Un’altra foto, stampata sulla pelle, da lanciargli in faccia in un gesto plateale, da uomo duro e adulto.

“Insomma, vuoi farla sentire male e lasciarla lì. Vuoi abbandonarla come lei ti ha abbandonato anni fa. Giusto?” chiesi con un tono piatto.

“Giusto” rispose lui, guardandomi da sotto quegli occhiali tondi che non si era tolto quasi mai durante tutto il viaggio.

Le file degli alberi ci accompagnavano al di là del casello, ai bordi delle strade strette ma ben asfaltate. Punte verdi che fendevano l’umidità e che sembravano fare un picchetto d’onore al nostro arrivo in terra straniera. Il navigatore segnalava venti minuti rimanenti e solo in quel momento, alla distanza di una trentina di chilometri, mi domandai come avesse fatto a trovare l’indirizzo. Facebook? Probabile. Iniziammo uno slalom di curve, shakerandoci come liquido infiammabile, lentamente, sterzata di volante dopo sterzata di volante. Destra e sale la tensione. Sinistra e sale la tensione. Le dita che tramburellavano sul volante e il silenzio che non diminuiva, né si interrompeva. E il regalo più bello che potessi fargli, in quel momento, era proprio il silenzio. Lo stesso silenzio che per tutto il viaggio aveva assunto il sapore di un rancoroso antagonismo ora aveva tutta l’aria dell’accondiscendenza, della partecipazione a quella sua idea che non voleva condividere con altri, se non con me. Il mio silenzio era il mio appoggio, senza sé e senza ma. Guidava lui, in tutti i sensi. Io ero solo il passeggero di un attimo importante del suo vissuto.

Quando il motore si spense il cielo aveva smesso di piovere. L’acqua in terra ovunque con piccole pozzanghere rifletteva il grigio pieno d’umidità che si stagliava a macchia tra le punte degli alberi. Il paesino era modesto, con case dalle vecchissime murature, verdi cortili anteriori e sguardi curiosi di rugosi signori. La strada principale tagliava a metà due agglomerati di costruzioni, un bar nel punto centrale aveva l’insegna sbiadita e anziani con le polo dai colori pastelli sedevano ai tavolini d’alluminio circolari stringendo le mani attorno a bicchieri da osteria, vino bianco e sigarette. Lo sguardo si incollava sulla fiancata della ford, infilandosi oltre i finestrini. Ci fermammo davanti l’ultima casa della via. Spento il motore, restammo qualche minuto fermi con gli occhi fissi sul portone di legno come se ci fosse ancora qualcosa da decidere, a centinaia di chilometri da casa, ore e ore per poi prendere un’ultima determinante decisione. Il nostro riflettere venne interrotto dallo scatto della serratura, dall’aprirsi del portone: una signora dai capelli biondi, ricci e sfibrati, fece capolino facendosi anticipare da una pesante busta di scarti alimentari. Il viso era sempre lo stesso, nonostante qualche ruga avesse già preso piede attorno agli occhi e alla bocca. Sembrava come se mia zia, la stessa delle vecchie foto che avevo dato al mio compagno di viaggio, fosse stata rinchiusa in una sorta di matrioska, identica a se stessa eppure diversa, con dei chili in più, con i lineamenti stanchi. Alzando il capo rimase a guardare la macchina parcheggiata proprio davanti al cancello d’ingresso, l’espressione torva cercando di capire chi vi fosse oltre i vetri. Uscimmo dalla macchina all’unisono, come briganti per un agguato, ma io rimasi sul posto, appoggiato alla fiancata dell’automobile, con le braccia incrociate. Mio cugino avanzò lentamente, stringendo le vecchie fotografie nella mano destra: colori sbiaditi con risate di bimbi, capelli soffici e due corpicini che spuntavano da una vasca di plastica blu, piena d’acqua e sapone, poggiata su di un tavolo in una vecchia cucina. La mano che le stringeva tremava un poco. Fermi uno davanti l’altro si confrontavano in uno sguardo indagatore: quello di mia zia colpito nel profondo dalla sorpresa e dal dolore, quello di mio cugino imperscrutabile al di là degli occhiali da sole, tondi e saldi sul naso. Gli stessi ricci biondi al vento, che con un paio di folate preannunciava di riprendere a piovere, il figlio più alto della madre. Sembrava un regolamento dei conti e tutti e tre sembravamo attendere la prima mossa di qualcuno. Io ero lo spettatore esterno; mia zia aspettava di sapere cosa le avrebbe detto quel figlio diventato uomo e che non vedeva da troppi anni; mio cugino sembrava caricare una molla interna, una molta sufficientemente lunga e attorcigliata per poter sparare tutte le parole accumulate fino a quel momento. La mano con le vecchie fotografie si alzò incerta allungando le vecchie immagini alla donna. Poi la molla scattò: il labbro inferiore di mio cugino iniziò a muoversi incerto, a tremare, e mentre anche le spalle sussultavano come prese da una scossa iniziò ad articolare la parola “Perché” fermandosi come un balbuziente giusto al suo inizio.

“Why, Mother?!” sembrava aver occupato il suo intero braccio, lucido d’un nero inchiostro, sembrava essere stato tatuato per quello specifico momento.

Non riuscì a chiederle alcunché, ma togliendosi gli occhiali le mostrò gli occhi pieni di lacrime, come un bambino che corre dalla mamma dopo essersi sbucciato un ginocchio o dopo aver subito un torto. Si strinsero, si abbracciarono a lungo piangendo e articolando entrambi sottili parole sottovoce, che non sentii. Roba tra madre e figlio, pensai. Roba da adulti, per davvero. In terra le vecchie foto che sarebbero servite come arma da vendetta, ora erano sparse tutte attorno, come una decorazione di tanti colori. Occhi felici, felpe dai colori improbabili, un vecchio Natale trascorso tutti assieme, parenti scomparsi.

Presi il telefono e, mentre osservavo quei due, abbracciati, dirigersi verso l’interno della casa, chiamai mia moglie. Le avrei detto che stavo bene, che sarei tornato in nottata o, al limite, la mattina successiva, le avrei detto che mio cugino stava bene, no nessuna mattata; le avrei raccontato di come questo viaggio fosse servito a lui per ritrovare, finalmente, una madre debole e in fuga dagli affetti, per ritrovare una parte della sua vita lasciata in sospeso e, soprattutto, per trovare quella parte di sé che più gli sarebbe servita in futuro, non solo come figlio ma, probabilmente, come padre. Le avrei detto come il viaggio, sotto sotto, era servito anche a me. Io che non sapevo come fare il fratello maggiore, non essendolo dopotutto, sentivo di aver spezzato invece la catena, di aver rotto la sequenza ripetitiva di supponenza e giudizio, iniziata da altri e che rischiava di inglobarmi. Sentivo di aver fatto il mio, restando al mio posto, eppure per questo di aver guadagnato un pezzo in più, proprio quello che stavo per fare andar via.

Quando mia moglie rispose, col suo tono di voce che significava per me “casa” notai sul viso di mio cugino le prime rughe di espressione.

[20.1]

Era mattino, era presto. Prima ancora che il sole fosse del tutto sorto, io avevo già indossato i miei jeans, per metà scoloriti e per la metà restante non del tutto integri. Il cielo si presentava come una matassa grigia, estesa e piatta, dove i ricami delle nuvole sembravano voler incidere sull’umore di tutti. Di tutti noi. Poco al di là della vallata un temporale rendeva ancora più scuro l’orizzonte, come a presentarsi in modo insindacabile e severo. Indossai la giacca di pelle nera e affrontai il viale appena davanti casa. Il rumore dei passi amplificato dal silenzio assorbito da ogni bocca chiusa dei miei vicini, da ogni testa reclinata sui guanciali a sognare nuovi gioielli, nuovi telefoni o automobili sportive. “Ad ognuno il suo schifo di desiderio irrealizzabile” mi disse una volta un’amico. Ad ognuno il suo. Nessuno dietro alle proverbiali serrande per una spiata dell’ultimo minuto. Mi avvicinai alla macchina ferma poco oltre la curva, i fari ancora accesi nonostante ci si vedesse bene. Chiudendo lo sportello, piano, l’odore della plastica cotta dal sole, di benzina e sigaretta mi arrivò direttamente al naso ed oltre. Era una vecchia ford, stancata da guide sconsiderate e da un’igiene precaria, molto precaria; sembrava chiedere pietà in vista d’un viaggio lungo chilometri che nessuno aveva voglia di fare, tanto meno lei.

Mio cugino girò poco la testa, fissandomi da sotto un paio di occhiali da sole tondi e alla moda. Lenti scure e fari accesi all’alba. “Abbiamo tutto?” mi chiese con una voce limpida e profonda che non tradiva sonno né stanchezza ma solo determinazione. Indicai con un gesto della testa lo zaino vecchio e scolorito che avevo tra i piedi. “Bene.” disse mettendo il braccio sinistro, totalmente ricoperto di tatuaggi, sul volante e la mano destra, nera di scritte, sulla leva delle marce. “Ho bisogno di te, chicco mio, altrimenti non ti avrei chiesto di aiutarmi lo sai…E poi me lo devi”. Non ero bravo in quelle cose, non lo sono mai stato. Guardando fuori e cercando di avere la sua stessa fermezza nella voce dissi piano “Parti dai, non rompere i coglioni e parti…stiamo facendo tardi.”.

Forse è prerogativa dei secondi su due desiderare un fratello o una sorella minori. Avere qualcuno da proteggere o aiutare. Qualcuno per cui essere un punto di riferimento perché, vuoi o non vuoi, spesso i primogeniti falliscono in questo compito. Spesso i primogeniti sono la versione in crisi di quello che saremmo stati noi e mai siamo stati. Ma vallo a sapere se poi funziona così. Avevo, però, quel cugino più giovane di me di un paio d’anni. Tutto riccio e biondo sembrava quasi una mia versione alternativa. Compagno di giochi da ragazzini e segreti sporchi da ragazzi, rappresentava per me il fratello minore mai avuto. Rappresentavo per lui, invece, un fratello maggiore e un punto di riferimento, anche se poi una volta mi disse che sembravo “la versione in crisi di quello che sarei io se fossi stato tuo fratello maggiore”. Vai a capire come funziona… Fatto sta che mentre lui aveva l’apparenza di un tipo rilassato, sempre e comunque, un menefreghista e mezzo criminale io avevo addosso sempre l’aria di uno responsabile ma preoccupato, complicato e immerso nei pensieri e nei problemi; un bravo ragazzo buttato nella mischia. I miei capelli castani, lisci e lunghi, facevano da contrasto ai suoi ricci e biondi; la mia barba folta si stagliava contro la sua barbetta incolta; le nostre figure, tremendamente differenti, sembravano qualcosa di sbagliato messe assieme in quella macchina e a quell’ora, come due lavoratori costretti dal tragitto a percorrere il percorso in compagnia, diretti in fabbrica ad un’orario improbabile, mentre la loro volontà li avrebbe riportati dritti a letto dalle proprie mogli. Caffè in tazzina, non troppo zucchero che ti fa male e vestaglia dai colori pastello allacciata sul davanti. Ecco che coppia eravamo in quella vecchia ford stremata che puzzava di benzina e plastica cotta al sole, piena di briciole e cicche di sigaretta, mentre attorno a noi le strade rimanevano addormentate e svuotate, mentre il cielo restava grigio in una mattina dei primi di settembre. Mentre qualche disgraziato ci faceva compagnia al casello dell’autostrada. Due legati dal sangue e che per il sangue e solo per quello si sarebbero gettati chilometri e chilometri alle spalle. Oltre la barriera del casello con un indirizzo preciso da raggiungere, al confine opposto del paese.

Le nostre famiglie erano simili, per certi versi, differenti per altri. Ci univano gli intenti, i buoni propositi culturalmente intrinsechi nelle persone che ci avevano cresciuto, ma ci dividevano i mezzi. A volte basta poco per creare un cazzo di sliding doors pazzesco che ti fa ritrovare dall’una o dall’altra parte della carreggiata. Basta una parola di troppo, una sensibilità di troppo, una spinta troppo forte o troppo debole ed ecco che se da una parte riesci a sfruttare le risorse che madre natura t’ha dato nel migliore dei modi, dall’altra ti ritrovi allo sbando, ti ritrovi da solo con un te stesso che non ti aiuta neppure se lo paghi. Nonostante tutti i casini della mia famiglia, io, avevo imparato la lezione migliore del mondo: il piano b. Per me “il piano b” era diventato un chiodo fisso, il programma da adottare in caso di sconfitta ma anche in caso di vittoria. “Il piano b” significava per me non arrendersi mai, prima ancora che la vita decidesse di mettertelo nel culo oppure no, significava fotterla prima che fosse lei a fotterti, o rialzarti una volta accusato il colpo. Ecco, mio cugino si era sempre fermato a “il piano a”, una debolezza che però gli conferiva quell’aura perenne da trentenne rilassato e giovanile, da scapestrato senza futuro e rivoluzionario senza storia. Cuccava come un maledetto. Cuccava da sempre. Le brave ragazze le ammaliava col fascino del tenebroso, le cattive ragazze con l’aiuto di serate alcoliche e sfrenate. Aveva avuto due figli da due donne diverse, neppure mezza relazione stabile e un sacco di soldi da trovare a fine mese per crescere quei bimbi. Mio cugino si era limitato da solo con un “carpe diem” interpretato alla cazzo di cane. Sliding doors ed io mi ero incattivito, preoccupato e incattivito, sempre pronto a trovare una soluzione alternativa. Sliding doors e lui se ne stava lì, ogni volta compiaciuto per progetti che si sarebbero rivelati scellerati, situazioni al limite della legalità e casini giganteschi, eppure con la faccia rilassata e senza l’ombra d’una ruga.

Una moto aveva appena sfiorato la fiancata della nostra auto, con un rombo esagerato che mi aveva svegliato di colpo. “Figlio di merda…” aveva sussurrato lui, rivolto al centauro in autostrada, mentre io mi tiravo su, facendo leva sul sedile sgangherato. Il cielo ancora grigio mentre il sole, dietro le nuvole spesse, stava calando con un tramonto dimenticabile. Con una manata sul viso avevo cercato di mandare via il residuo del sonno che mi si era attaccato addosso. Alla radio Blowin In the Wind con un Bob Dylan gracchiante dalle casse otturate.

“Insomma? Hai pensato a come procedere?” gli chiedo mentre lui continua a guardare fisso davanti, sempre con gli stessi occhiali tondi e scuri. Poi mi guarda veloce, tornando subito con lo sguardo sulla strada, mezzo sorrisetto al di sotto dei baffetti:

“Intanto ce ne andiamo a cena da qualche parte e ci fermiamo per la notte. Non mi va di guidare col buio.”

Io continuo a guardarlo fisso e poi gli dico: “Guarda che non siamo in gita eh…Non è una vacanza. Sono partito come un ladro da casa scrivendo al volo un messaggio a mia moglie e quando tornerò di sicuro dovrò non solo spiegare il tutto ma ci dovrò anche litigare sopra. E parecchio anche.”

Lui mi guarda ancora con quel sorrisetto, un sorrisetto criminale: “Me lo devi chicco, me lo devi…”.

“Me lo devi un cazzo! -inizio a scaldarmi- Posto anche il fatto che sono l’unico componente della famiglia che ti parli ancora, posto il fatto che ti ho sempre aiutato e forse per questo ci sei anche mezzo abituato…questo non significa né che io mi stia divertendo a fare questa roba né che possa farla con leggerezza. Te lo ripeto: non è una vacanza per me.”

“Pensi che per me lo sia?” Il sorrisetto era scomparso. Lo sguardo dietro gli occhiali da sole era calmo, dritto. Sul braccio sinistro spiccava la scritta “Why, Mother?!” e sulla mano destra un teschio con i denti storti, circondato da parole in corsivo. Sua madre, mia zia, era una tipa scialba, riccia e bionda anche lei, che non aveva alcun peso su nessun argomento. Una mezza addormentata nella vita che appena distogli lo sguardo te la dimentichi. Dopo il divorzio col marito era scomparsa, saltando da una storiella all’altra e il figlio l’aveva vista di rado negli anni successivi, per poi non vederla più. Si era risposata un quindicina d’anni dopo, con un tipo di cui non si sapeva un granché, in qualche parte del nord.

“No…non penso lo sia. So cosa significa per te. Ma facciamo in fretta, ok? Sbrighiamoci a fare questa cosa e torniamo a casa. Abbiamo delle vite. Ci fermiamo a prendere un panino o qualcosa del genere, ti do il cambio alla guida, di nuovo, e proseguiamo per qualche ora in più. Poi ci fermiamo sul tardi, da qualche parte, per dormire qualche ora. Non voglio perdere più tempo del dovuto.”

“Come vuoi, chicco…come vuoi.” Sembrava deluso. Lo conoscevo e sapevo che lo era. Probabilmente aveva immaginato il viaggio una sorta di avventura tra cugini, una rimpratriata. Quando, verso i venticinque anni, aveva iniziato ad avere problemi con l’alcol e la droga tutto il parentame lo aveva schifato. Era stato vomitato via dalla famiglia come si fa col cibo avariato e respinto perché problematico, incasinato. A nessuno era venuto in mente d’aiutarlo in qualche modo. Io avevo fatto il possibile: lo mandai quattro anni in comunità di recupero per la droga ma per l’alcol, beh quello si era dimostrato più difficile da superare. Poi aveva iniziato a riprodursi. In più di un’occasione lo avevo visto come la mia versione disorganizzata, incasinata, in crisi. Forse lo era davvero. Ma io, dopo tutto, sapevo d’avere la medesima considerazione di mio fratello: lui, con le sue quadrature, lui con il suo stipendio statale, con il maschietto e la femminuccia, la moglie dal sorriso falso e con i capelli a caschetto. Lui col cane con la frangetta da portare a spasso, niente sigarette e pulisciti quelle cazzo di scarpe quando entri in macchina che ho lavato i tappetini. Mi sono sempre chiesto chi fosse così psicopatico da lavare i tappetini dell’auto una volta a settimana oltre mio fratello. Mi sono sempre chiesto chi è che spende ore del tempo libero del weekend in tuta, rosso pomodoro, lavando e lucidando la propria utilitaria in cortile, ancora e ancora spacciandolo per normale, se non mio fratello e qualcun’altro senza nient’altro di produttivo da fare. Solo lui e qualcun’altro con la stessa tuta rosso pomodoro, la stessa voglia di stare isolato da chi hai attorno ma, mi raccomando, senza darlo a vedere. Qualcuno con lo stesso cane con la frangetta adottato solo per avere altro tempo da trascorrere fuori casa con una valida giustificazione per se stessi, qualcuno con la stessa moglie falsa e con i capelli a caschetto. Io ero il tipo poco organizzato, io ero il tipo che non lavava i fottuti tappetini dell’automobile una volta a settimana, ero quello che preferiva i gatti e che non aveva fatto il militare. Mia moglie non aveva la frangetta e, soprattutto, non aveva nessun sorriso falso stampato sulla faccia. Io ero la versione ripulita di mio cugino, ai suoi occhi.

Facemmo come avevo deciso. Guidai fino a notte fonda con lui steso sul sedile accanto al mio, con la radio che gracchiava fastidiosa. Ogni tanto il suo russare superava la voce dei cantanti e il riff delle chitarre. Ogni viaggio ha le sue colonne sonore, pensai, i suoi discorsi e i suoi rumori. I fari illuminavano una strada tutta uguale. Ci fermammo in un piccolo motel appena fuori l’autostrada. La solita stanza da due soldi con due letti singoli messi vicini come unica tappa. Finalmente il temporale sembrava averci raggiunto.

“Dormi chicco?” sussurrò una decina di minuti dopo aver spento le luci.

Non dormivo, ma non risposi ugualmente…

[19]

Una volta mio nonno mi disse che l’uomo si accorge dell’arrivo dell’età adulta quando inizia a provare interesse per le piante. Quando inizi a voler avere sul tuo balcone piccoli vasetti con i ciuffi verdi, quando la mattina ancora rincoglionito e incrostato ti fai una boccata d’aria gelida solo per passare l’acqua tra i vasi, allora significa che stai ufficialmente diventando un uomo di mezza età.

Questa è stata una delle cose più sagge che mi abbia mai detto e, fanculo, era vera.

Da ragazzino esplori il mondo anche se i veri esploratori hanno bicipiti di ferro, barbe incolte e coraggio da vendere. Lo esplori restando nel tuo giardino o sconfinando, al massimo, nel giardino del vicino. Lo esplori guardando i fiori, chiedendo a qualcuno più alto di te come funzionino le cose, sbucciandoti ginocchia e gustando cibi saturi di sapore. T’arricchisci di piccole cose perché la grandezza è sempre soggettiva e, si sa, i ragazzini sanno rendere immensamente grande quello che apparentemente sembra essere piccolissimo.

Da adolescente t’alleni alla vita vera, scontrandoti con altri ragazzi che pretendono aprioristicamente di avere qualcosa in più di te. Ti massacri di seghe mentali. Ti massacri di seghe vere e proprie fino a devastarti di calli. Ti massacri di seghe mentali sul perché tu sia così concentrato sul massacrarti di seghe vere e proprie, fino a quando non trovi una fidanzatina. Allora giù di pomiciate neanche fossi un cavallo impazzito nella valle degli zuccherini. Nel mentre non lasci andare via i calli. Ti alleni alla vita vera scontrandoti con il sistema scolastico, giocando alla guerra e alla rivoluzione. Scontrandoti con la famiglia. Soffri fino all’agonia e risorgi ogni giorno in un brodo di ormoni. Strisci in un costante “Odi et Amo” nella più prosaica delle psicosi inoffensive.

Poi arriva l’età adulta. Una giovane età adulta che ti vede all’opera, immischiato nella conquista d’uno spazio tutto tuo, d’una identità che ti si addica e che ti realizzi. Venti e passa anni e non sentirli, buttandoti sull’altro sesso, sul sesso, sul fiume infinito della letteratura e sul mare in tempesta della scienza. Capisci di poter avere tutto questo allungando le mani e le allunghi per prendere e strappar via nemmeno fossi ad un buffet dove fare l’ospite rozzo e maleducato è del tutto consentito. Il contrasto dei vent’anni è talmente marcato e ilare da essere quasi eccessivo: puoi avere donne e conoscenza, divertimento e riflessione, ma resti sempre senza un soldo bucato.

Poi, d’improvviso ma non troppo, superi il segno della maturità. Ti guardi allo specchio la mattina e la barba è spruzzata di bianco, i capelli hanno ciocche brizzolate, qualche ruga inizi ad averla e nel complesso inizi ad assumere un tono maturo. Salti un nuovo confine, inizi un nuovo giro. Ti dici che ogni età ha la sua presa sulla mente e questa età ti rende meno vorace, più calmo, meno desideroso. Ti libera dal brodo d’ormoni di cui puzzi da un ventennio e ti rende più attento a microscopici momenti che prima non avresti minimamente calcolato. Ti solleva dentro tenerezze di cui non sapevi l’esistenza e ti fa crescere necessità improponibili qualche tempo prima.

Sul balcone ho qualche pianta, verde, piccola e con qualche frutto appeso. Sul balcone ho la riprova che mio nonno aveva ragione, tanti anni fa; la mattina mi alzo e, noncurante della temperatura, annaffio queste piccole e inutili cose verdi perché dopotutto nell’individuo che cresce nasce sempre, prima o poi, il desiderio di appartenenza, il desiderio d’avere uno spazio da chiamare “casa” e che abbia vere o metaforiche radici, un posto dove affondare le dita e sporcarsi le mani. Qualcosa che, col tempo, puoi vedere crescere e morire.

Una mattina dopo l’altra, freddo dopo freddo.

Spettinato e assonnato sul balcone.

[17]

È la memoria il mio punto di contatto. È con la memoria che, spesso, mi ritrovo a fare e i conti ma senza di lei sarei meno della metà di ciò che sento d’essere. Penso spesso a come la memoria funzioni in molti modi, alcuni molto strani. A volte sono i pensieri stessi. Flash confusi di situazioni magari sepolte eppure sempre vive: come cazzotti sul grugno ancora e ancora finché non ne puoi più. Altre volte, invece, sembrano fare giri più lunghi e complicati e dalla vita di tutti i giorni i ricordi si appigliano a piccoli ganci, microscopici suggerimenti. Basta una canzone? Sì, basta una canzone spesso per tornare sulla macchia di mia zia, ancora giovane, ancora bionda, con la mia voce che esclama eccitata: “Alza! Alza!” indicando l’autoradio. Ma a volte anche meno. Profumi e odori. Vestiti nuovi, fragranze antiche, mobili lucidati, interni d’automobili, plastica al sole.

Da uomo adulto mi sorprende sempre il piccolo viaggio mentale che mi ritrovo a fare al tramonto d’estate, quando scendo a gettare l’immondizia. Incredibile a dirsi ma l’immondizia è il mio tallone d’Achille. Forse un giorno scriverò un romanzo dove un giovane ed affascinante protagonista scopre per caso il viaggio nel tempo e lo scopre semplicemente ricevendo una zaffata di puzzo dal cassonetto al tramonto di una sera d’estate. Lo scopre tornando ragazzo, tornando appena fuori il campeggio in pieno Agosto, con i muscoli delle cosce indolenzite, forzando i piedi sui pedali della bicicletta. La pelle liscia, il viso appena adombrato dal primissimo pelo e tantissime aspettative ancora intatte. Un viaggio nel tempo intimo, privato, delicato e immutabile. Nulla di fantascientifico. Nulla di hollywoodiano.

È così che viviamo, con regole semplici e a volte bizzarre ma mai troppo spettacolari. Viviamo con in testa errori fatti, gravi mancanze, poderose conquiste e squisite vittorie; viviamo tenendole tutte in testa e aspettando che un suono ce le faccia riemergere, che un odore ce le richiami improvvisamente o che un ragionamento ce le risvegli. Viviamo con questa memoria sempre lì, sempre attenta a ciò che facciamo quasi avesse vita propria. Non potremmo che essere altro senza questa stramaledetta condanna.

Come potrei essere me stesso se non avessi appena dietro i pensieri quel litigio infinito con mio fratello? Mani di uomini adulti che si cercano per prendersi alla gola. Come sarei senza la noiosa spiegazione di mio padre su come guidare la macchina, prima di dirmi come accenderla? Come, senza la vista delle lacrime di mia madre? Come senza le risate fino alle lacrime con quell’amico, quel pomeriggio? Come, senza quelle lacrime di quell’amico risanate solo da risate senza un concreto motivo? Come sarei, oggi, se non portassi dentro quel disgustoso e rampante primo bacio, dato ad una ragazza, senza alcun sentimento? Come sarei se non ricordassi il primo, emozionante, bacio dato a quella che sarebbe stata, poi, mia moglie? O senza il suo sguardo fuori la chiesa? Senza la sensazione delle mie mani sulla pelle nuda, la bocca secca ad un colloquio di lavoro, le forbici che affondano nei capelli, le pagine del mio libro preferito sui polpastrelli, la vista di un piccolo callo dopo ore di guida, il rumore dei mattoni rotti dopo che quella bara era scesa nella tomba, un vagito, la puzza di merda, vetri che si rompono. Amore. Odio. Paura. Eccitazione. Risentimento.

Penso spesso che la memoria non sia tutto in una persona eppure è lì, appena dietro gli occhi di ciascuno di noi, che torna e torna ancora come le onde d’una marea soggetta sempre alle regole della natura. Ancora e ancora, sempre più grande e immensa perché i fatti di questa vita, mi sembra chiaro, sono troppo complicati per essere capiti tutti assieme e troppo velocemente. Impossibile capirli nel momento stesso in cui li viviamo.

Mentre forzo un poco il braccio per gettare il sacchetto dell’immondizia nella bocca spalancata del secchione, abbandonato sotto al sole morente d’un crepuscolo estivo, mi sembra chiaro che quel cassonetto di tanti anni fa, quello appena fuori il campeggio dove i miei genitori mi obbligavano ad arrivare controvoglia con la bicicletta, era un po’ la boa attorno a cui girare una volta da giovane e ancora mille volte da adulto. Ancora migliaia di volte per tutta la vita, sempre controvoglia, eppure vedendolo sempre come un nuovo giro di boa, giorno dopo giorno.

Non oggi magari, ma tra qualche tempo, quando diverrà anche questo un ricordo da visitare nuovamente.

[16]

“Guarda che potresti sbargliarti, sai? Non sempre il massimo è di per sé segno di vera eccellenza. Non so se mi capisci, bello..Non è sempre arrivare primi la vera vittoria, bello…”

I suoi capelli bianchi gli cadevano, diradati, sulla fronte. Sembravano gocce d’un qualche tipo di materiale alieno, che fuoriusciva dalla testa, traboccando da una pelle macchiata, spaccata in alcuni punti, rugosa. Capelli di media lunghezza che tradivano un qual certo senso di trascuratezza, senza tuttavia offrire il fianco alla tristezza o alla solitudine. Giusto noncuranza. Alle pareti vecchie foto. Quel tipo che mi era davanti, che lavava bicchieri con stampati sul lato marchi di birra famosa, sembrava specchiato in un riflesso in quelle foto in bianco e nero, con i capelli scuri di media lunghezza, abbracciato ad una giovane donna e ad un caro amico.

Io seduto alla barra, su uno sgabello scomodo e con l’imbottitura lacera. Infilavo le dita nel piattino delle noccioline. Il sale restava sui polpastrelli, il resto scendeva nella mia gola. Una birra? Forse due. Non di più. Ero uno studente universitario, 23 o 24 anni e le giornate sembravano sempre lunghe. Le ore col sole, passavano lente immerse tra le pagine di libri di grandi professori, grandi teorie scientifiche, dati e numeri. Le ore col buio, poi, passavano più veloci tra le cene fugaci, le chiacchiere tra amici e lunghe passeggiate nel quartiere universitario della città, un quartiere che sembrava non dormire mai. Ubriaconi e tizi strani con i cani con guinzagli fatti di corda. Il giorno dopo si ricominciava. Non c’era alcuna forma di romanticismo Bohémien in tutto questo, solo una noia fottuta che pervadeva ogni singolo momento della giornata. Obbligo su obbligo, piegati e ripiegati su se stessi e sempre lì a schiacciarti e soffocarti. “Come possono essere questi i miei vent’anni?” mi chiedevo buttandomi le noccioline in gola, ancora e ancora.

“Oh bello mio! Ma ti vedi? Cazzo hai fatto? T’ha mollato la ragazzetta?” Si era fermato lì davanti a me, il proprietario del bar. Aveva smesso di asciugare i bicchieri della birra e mi guardava con lo stesso sguardo del suo corrispettivo più giovane nelle foto, solo più stanco e incorniciato di bianco.

“Ma no, no…che ragazzetta?!” e giù di nocciolina.

“E allora bello? Ancora per quella storia dell’esame universitario?” Un gesto di stizza con lo straccio per i bicchieri della birra, un mezzo sorriso “Non hai sentito un cazzo di quello che ho detto prima, eh? Di questo passo diventi ricco, ma triste e stronzo come tutti gli altri.”

All’epoca mi alzavo alle cinque, mettevo una tuta vecchia e rattoppata e andavo ad appendere cartelloni elettorali. Colla, cartellone e colla di nuovo. Una sfilza di stronzi in cravatta con slogan tutti simili ma simboli e colori differenti. Un secchio e una scopa come strumenti. Un paio d’ore per finire il giro e poi a casa, un piccola stanza in affitto in un appartamento di studenti. Libri fotocopiati illegalmente, per risparmiare qualche soldo.

“Beh, ricco non sarebbe malaccio no?” Azzardai io pensando alla colla.

Il tipo si girò lentamente, tradendo qualche problema all’anca. Strizzò gli occhi e mi guardò per un paio di secondi.

Colla, cartellone e colla di nuovo.

“Giusto bello mio. Non è malaccio. Ma, ripeto, forse non hai sentito quello che ti ho detto prima: arrivare primi non equivale a vincere. Nemmeno per sogno. Quante cose stai sacrificando per arrivare sempre primo, eh? Hai la faccia di uno che prende sempre il massimo…”

Non so dove la vide quella faccia, avevo la barba lunga, i capelli lunghi e un paio di Jeans logori sulle ginocchia. Però era vero, arrivavo sempre primo. Ottenevo sempre il massimo ad ogni esame universitario.

“C’ho preso eh, bello mio? Beh ti faccio un’offerta: ti offro un paio di birre a sera per una settimana, a patto che da domani ritagli del tempo per leggere un libro serio. Non dico quei libri che leggete voi studentelli della facoltà qui vicino. Dico libri seri: Shakespeare, Dostoevskij, Asimov, Orwell…fai te. Qualcosa però, che quando lo chiudi, ti faccia sentire quegli ingranaggi che hai nella testolina ben oliati. Qualcosa che ti faccia pensare e non solo imparare. Studiare non significa capire, sai? Mio figlio ha frequentato la tua stessa università e sai cosa gli dicevo sempre? Studia, studia, che tanto non capisci un cazzo.” Disse con un sorriso amaro.

Ci pensai un momento senza nemmeno, sinceramente, capire perché mi stesse facendo quell’offerta. E il tipo, senza attendere la mia risposta si girò a servire un tipo appena entrato nel locale.

Con le dita ancora piene di sale mi alzai, pulii le mani contro il jeans sporco e me ne andai dopo aver pagato le birre. Mi faceva sentire meglio l’idea che qualcuno ritenesse una sorta di sconfitta arrivare primi. Non sembrava una cattiva cosa un secondo dignitoso posto, a patto che fosse per ottime ragioni. Spendere meglio il tempo invece che rincorrere risultati.

Uscito dal locale mi misi in cammino per tornare a casa. La strada tagliava in due il quartiere universitario e passando proprio accanto all’uscita di servizio della mia facoltà. Uno slalom tra i vetri rotti delle bottiglie di birra e le cagate di cane, una passeggiata tra i cartelli elettorali appesi in fila, ripetizioni di facce da cazzo appese con la colla. Proprio lì, vicino all’entrata di servizio della mia facoltà, campeggiava una scritta fatta con una bomboletta. Una scritta nera su sfondo bianco, in corsivo:

“Studia, studia, tanto non capisci un cazzo”.

[15]

Da vecchio sarò un gran vecchio.

Già so che non tirerò i remi in barca. Non mi ritirerò a vita privata sul portico della mia casetta, povera e di legno ma pur sempre dignitosa. Non starò lì a contarmi i denti rimasti o, peggio ancora, a giocare con la dentiera rimpiangendo i vecchi tempi d’una presa autentica, i morsi alla vita. No. Non sarò uno di quelli che s’affaccia con assiduità dalla finestra della cucina per sbattere il solito triste e maltrattato straccio, facendo risuonare il colpo nel vicinato. Nessun colpo di straccio dalla finestra annuncerà la mia discreta presenza. Nessuna occhiata alla vita insofferente e grigia d’un uomo d’affari o d’una donna in carriera. Nessuna occhiata furtiva al via vai di chi ancora deve raggiungere una noiosa pensione.

Da vecchio sarò uno di quei tipi che si getta col paracadute, un girovago del mondo, un amante della vita proprio quando la vita raggiunge la calma piatta. So, con precisa certezza, che sarò un vecchio con i controcoglioni. Talmente figo da sembrare giovane, senza l’aiuto di nessuna tinta.

Come faccio a saperlo? Semplice, perché mentre siedo sul balcone di casa mia, mentre intervallo l’ossigeno con il fumo d’un sigaro sciupato, sento distintamente il rumore d’uno straccio maltrattato contro il davanzale d’una finestra; vedo la vecchia del palazzo davanti guardare con invidia un giovane uomo stretto nel cappio d’una cravatta correre a lavoro senza badare più di tanto alla strada ma affidandosi alla memoria; guardo il cane dell’altro palazzo appisolarsi sull’ammattonato di un terrazzo, stanco per aver abbaiato tutta la mattina.

Sarò uno di quei vecchi da guardare con ammirazione non per la saggezza infusa, non per la barba diventata bianca a suon di libri letti o consigli spesi, non uno di quelli con la pazienza interminabile nonostante gli orologi non si fermino neppur volendo. Sarò uno di quelli che per dirti le cose ti faranno un discorso ragionato, lucido e teso, per poi concluderlo con una bestemmia. Sarò uno di quelli che si alza dal posto sul bus per far sedere un giovane, sarò uno di quelli da safari dall’altra parte del mondo in camicia cachi intonata a quella della moglie, un vecchio che organizza una cena romantica per un anniversario e che tra il primo e il secondo bisbiglia “Stanotte non ti faccio dormire!”. Uno di quelli che schifa il ballo di gruppo e preferisce il pub.

Non ho certezze per tutto questo ma so che da vecchio sorprenderò tutti e, per primo, me stesso. Bisogna solo aspettare e vedere.

Ancora lo straccio maltrattato.

Vuoi vedere che quel vecchio sta spiando proprio me, seduto qui sul balcone?

[14]

“Vaffanculo”

Anni fa lo dissi forte e chiaro, e fu una dannata liberazione. In una sola parola spinsi tutta la contrapposizione che potevo, una contrapposizione ai bianchi indumenti che indossavo ad un linguaggio da tenere sempre pulito, altrettanto asettico. Si trattava di risoluzione o transizione? Non potevo saperlo all’epoca ma ciò di cui ero consapevole era che stavo prendendo una decisione e, credetemi, io con le decisioni ho un rapporto più che strano, unico direi. Il mio non si tratta di un processo tanto razionale e ponderato, non mi curvo in posa plastica come un pensatore classico, ma butto i pensieri nella pancia e li lascio macerare, li faccio crescere affinché facciano poi crescere anche me. A volte un “Vaffanculo” vale tutta la spesa, tutti i costi e gli investimenti, nonostante i grafici finanziari dicano il contrario.

“Fammi capire: hai buttato via in un solo giorno tutta una carriera, tutti gli studi e i sacrifici fatti?” Il mio sorriso storto era la miglior risposta che potessi dare. Tolsi dalla bocca il sigaro ammezzato e scaricai la cenere nel vasetto nero poggiato sul tavolo coperto da una tovaglia a scacchi da trattoria. Gli occhi di tutti, in quel momento erano puntati su di me. 18 adulti, 19 con me, tutti in fila lungo un tavolo con sopra i piatti sporchi, resti di cibo. Saremmo dovuti essere 20. Per un attimo rimasi a godermi quegli occhi presi a fissarmi, a giudicare una scelta apparentemente insensata. Barbe su visi che prima erano glabri, rasature su volti una volta appena appena ispidi. Capelli di donne giusto un po’ rovinati al posto di chiome una volta lucenti e perfette. Questo è l’effetto di una cena di classe, di una rimpatriata, dopo quasi vent’anni di assenza generale. Dopo tutto, si sa, ci si rivede per un grande giudizio collettivo, per un incontro di boxe tutti contro tutti, e anche contro se stessi. Ci si rivede per la voglia di sapere se si è migliorati e se si è vinto sui fantasmi passati. Per sapere, insomma, a che punto si è nella vita, tra le risate per aneddoti lontani.

“Ma voi l’avete mai fatto? C’è qualcuno qui in mezzo che l’abbia mai fatto? Siete mai stati tritati da ritmi massacranti per poi rendervi conto che quello che avete ottenuto non faceva per voi? O meglio: per rendevi conto che avevate soddisfatto pienamente solo una parte di voi, ma non tutto il resto.” Le cene di classe servono a questo e io glielo servii senza troppi rimorsi. Uno dopo l’altro iniziarono a scuotere le teste, a giudicare. Qualcuno si mostrò anche preoccupato; corrucciato e afflitto iniziò a piegarsi verso di me chiedendo se fosse possibile tornare sui miei passi, tornare indietro. Ma io continuai: “Allora? Qualcuno ha mai avuto le palle per dire basta? Per cambiare in modo talmente netto da far stringere il culo anche al conduttore di un gioco a premi?” Beh il silenzio, l’imbarazzo e, soprattutto, la riflessione in una cena piena di passati amici e vecchi nemici riescono ad essere il segno inequivocabile di una piccola vittoria. Ripresi il sigaro, qualcuno si alzò infastidito dal fumo pesante, qualcuno cambiò discorso, tirando fuori foto di marmocchi bruttarelli e di viaggi in paesi lontani ma contaminati da connazionali.

Io ripensai al camice bianco e pensai che quel giorno, quel giorno in cui mandai tutti a quel paese, stavo per andare nella lavanderia dell’ospedale. I camici puzzano. Puzzano da matti dopo anamnesi e terapie e questo non te lo dice nessuno prima, né dopo. Lo sai solo se lo possiedi, un camice.

“Non ti manca? Quella professione dico…”

Il sigaro oramai era finito, era divenuto cenere in una naturale combustione. I sigari iniziano con grandi fiammate e pesanti boccate puzzolenti, ma terminano tutti nello stesso modo, con piccoli cerchi di cenere dove accartocciare le foglie di tabacco pressate. È naturale, fa parte del loro ciclo. Puoi solo accenderne un altro. Un sigaro diverso, dal sapore leggermente differente, fino a quando anche quello non diventerà cenere. Va accettato, con semplicità.

“No, non mi manca. E sai perché? Perché io non sono quella professione, tutt’al più era quella professione ad avermi in prestito, ad adattarsi a me e quindi…il Vaffanculo c’era tutto e di motivi ne avevo a milioni.”

Tutti si erano alzati oramai, tirando fuori la loro parte di soldi per pagare una cena noiosa e a cui nessuno, in realtà, avrebbe voluto partecipare. Soldi sparsi per pagare i piatti pieni di giudizi sferrati ai noi stessi più giovani di vent’anni. Questo il conto non lo diceva. Ma mentre io buttavo un paio di banconote da dieci nel mucchio fui preso, per un solo momento, da un dubbio terribile. Ricordai che in quel vecchio camice, quello che puzzava di sudore e con il colletto grigio, avevo lasciato nelle tasche oltre a due penne e ad un’agenda anche due banconote. Due pezzi da dieci proprio come quelli che ora avevo davanti. Qualcuno magari ci si era pagato un pranzo o, forse, una cena di classe con vecchi amici e vecchi nemici.

Ancora un sorriso storto e “Vaffanculo” in onore dei vecchi tempi.

[13]

La tedesca, la madre del mio amico d’infanzia Thommy, era alta e bionda, magra. Aveva quel fascino del nord che solo le tipe del nord hanno o credono di avere fino ad avercelo per davvero. Era bionda e i capelli le arrivavano fino al culo. Il culo…beh per i miei occhi da ragazzino di otto anni era solo un culo. Pur avendo un’espressione severa, rigida e fredda, aveva modi gentili che stridevano con i suoi lineamenti. Doveva “dirigere” una casa con tre figli maschi e quindi spesso faceva appello alle sue espressioni da generale tedesco sceso in patria straniera. Gli uomini della periferia dove abitavo la vedevano un po’ come l’esotica tipa stravagante da desiderare, l’amante bella e ancora giovane che ti faceva sentire un tipo da film hollywoodiano, un tipo che la fa franca con la moglie. La vedevano così. Bella, giovane, soda e misteriosa. Io la vedevo come la madre di un mio amichetto di quartiere e quindi di aspetto normale, magra e vecchia d’età.

Al piano superiore della villetta in stile USA dove abitava il mio amico, c’era la zona notte. Una fila di stanze singole abitate dai tre figli e dalla madre. La prima dopo le scale era del maggiore, la seconda del figlio di mezzo e la terza del piccolo Thomas. Subito dopo c’era la grande camera matrimoniale della tedesca dove troneggiava il letto a due piazze e mezzo e dove una costante luce bassa illuminava gli interni. In fondo al corridoio il bagno del piano, piccolo e di servizio ma comunque con una doccia dignitosa. Per tutto il piano correva una moquette grigia. Il mio desiderio per le case a due piane nacque proprio da quella disposizione, proprio da quell’assortire le stanze di una casa, dividendole logicamente. “Creare spazi e non ricavarli” diceva spesso mio padre mentre riorganizzava il mobilio di casa nostra, incasinando sempre più ogni cosa rendendola invivibile. In uno dei lunghi pomeriggi primaverili di gioco, uno di quelli in cui te ne torni a casa con il sole già calato e la sera già bella che avanzata, stavo recuperando le mie cose per andarmene quando mi accorsi di aver lasciato nella camera del mio amico la giacca. Salii al volo i gradini e mi infilai nella sua stanza. Senza neppure accendere la luce mi misi a cercare andando un po’ a tentoni e un po’ a memoria. Trovato quello che cercavo feci per andarmene e in quel momento, in quell’attimo preciso, feci un passo verso il turbolento mondo dell’età adulta. La tedescona, dopo aver fatto la doccia e credendo il piano deserto, uscì dal bagno completamente nuda dirigendosi verso la camera da letto. Non mi vide naturalmente, ero nel buio della stanza attigua, ma io vidi lei e la vidi per bene. Sul momento non pensai nulla, ero solo imbarazzato trovandomi nel posto sbagliato al momento sbagliato, poi sulla strada per casa, nel silenzio delle vie illuminate dai lampioni e ancora dai pochi raggi del sole non del tutto scomparsi, passò l’imbarazzo e giunse una sensazione nuova. Una sensazione che avrei sperimentato più volte nel corso degli anni: sapere o avere vissuto qualcosa e non poterlo dire ad un cazzo di nessuno. A chi lo potevo dire? “Ciao mamma, sai che oggi ho visto la mia prima fica?” non sarebbe andato bene. “Hey Thommy, ho visto tua mamma tutta nuda, che bomba!” neanche questo. Quel tipo lì era il mio unico amico all’epoca quindi non avevo davvero modo per condividere con qualcuno il fatto. Me lo tenni per me, maledicendo poco a poco sempre più la mia avversità alle relazioni sociali.

La condivisione, capii poi, presuppone un punto d’incontro già a priori, un aggancio tra le persone senza il quale non c’è dialogo.

Qualche giorno dopo, io e Thommy, stavamo trafficando nella piccola casetta di legno. Da parte mia quella era il punto cardine della nostra amicizia e non me ne vergognavo, per lui solo un altro posto “ultra lusso” dove portare un amico alle cinque di pomeriggio. D’improvviso il ragazzino mi guarda e mi dice: “La vuoi vedere una cosa davvero tosta?” e io “Si certo.” Sinceramente mi aspettavo qualcosa tipo sigarette al mentolo, qualche animale sventrato e morto male, un qualche tipo di videogame all’ultimo grido. Così aggiunsi “Cosa?” e lui con sguardo fiero quasi sibilò

“La fica.”

Pensai d’essere stato in qualche modo scoperto. Mi immaginai delle mie foto compromettenti mentre guardavo sua madre uscire dal bagno o qualcosa del genere. Invece lui tirò fuori un giornaletto con delle signorine denudate.

La fica era lì. Stampata su della carta scadente, col piombo e colori cancerogeni. Era lì come era giusto che fosse per due bambocci di otto anni e come lo sarebbe stato ancora per alcuni anni in avanti per la gioia dei miei occhi. Era lì per scolpire le mie fantasie da ometto prepuberale trasportandomi nel terribile e maniacale mondo dell’adolescenza, battezzandomi poi uomo fatto e finito. Ma quello che per il mio giovane amico era un mondo completo, quello del giornale, per me era solo la mera e pallida imitazione di ciò che i miei occhi avevano assaporato, anche solo per un due secondi.

Mentre con eccitazione sfogliavamo quel triste giornale per ragazzini per la prima volta compresi cosa volesse dire mordersi la lingua, tenersi qualcosa per sé evitando di ferire i sentimenti altrui o evitando d’essere feriti da un cazzotto nell’occhio. Forse il primo passo verso la crescita non fu il vedere dal vivo una donna senza vestiti, quanto il tenerselo per sé, custodirlo come un segreto da portarsi avanti negli anni. Gelosamente.

[12]

Al silenzio devo molto. Spesso ricorro al silenzio per andare avanti.

Passo intere giornate ingozzando le orecchie con i rumori più o meno molesti della città, con le parole più o meno insensate delle persone e, fortunatamente, con la musica che scelgo responsabilmente. Ma poi, inevitabilmente, come una posologia oculatamente prescritta da un medico, mi forzo al silenzio. Spengo tutto. Strappo cavi di alimentazione dai muri, spengo arnesi e ripongo cuffie. Lascio le cose al loro posto e chiudo la bocca. Anche io, come uno dei tanti altoparlanti disseminati in giro, mi riduco ad uno stato di totale passività. Ed è in quel preciso momento che inizia un magico interludio.

Il silenzio non è assoluto, non è completo e autosufficiente, non è totale assenza. L’esatto opposto. I primi cinque minuti ti rilassano, quasi ti stordiscono svegliandoti da un imbarazzante torpore quotidiano. Ti senti solo, finalmente. Ti senti in via di guarigione. Poi, d’improvviso, ti accorgi che al di sotto del folto sottobosco suburbano di suoni esiste un’immensa platea di piccoli rumori, di piccoli indizi della vita che ti circonda.

Vita vera.

Uno starnuto. Il vicino di casa, anziano di novant’anni si sputacchia nella mano, si spera, si lamenta per lo sforzo e muove circolarmente la dentiera, sistemandosela. Si lamenta aspramente mentre sistema il culo ammorbidito dal pannolone sulla poltrona. Si è appena svegliato dal riposo pomeridiano e tra poco afferrerà con la mano tinta del viola delle vene, il telecomando. Tra poco farà urlare nuovamente la televisione con qualche programma stupido e a cui neppure lui è interessato.

Dei passi. Qualcuno, oltre la finestra, in strada corre per le strade deserte. Sull’asfalto la suola di gomma risuona e sembrano quasi passi da gigante. La corsa dei runner è un po’ l’emblema della nostra società, della nostra cultura: ci si muove e si corre non avendo alcuna meta, non godendo affatto del panorama che circonda. L’unica cosa che importa è il movimento in sé. La corsa.

Qualcuno piscia al piano di sopra. Un ticchettio umido che mi fa sempre sorridere. Sorrido perché il tipo, o la tipa, al piano di sopra pensa di fare le cose in totale intimità, chiudendo la porta ai propri cari. Invece io, qui di sotto, lo sento pisciare. Lunghe pisciate interminabili. Quanto bevi amico mio?

Accanto a me, il gatto 1 di 2, sbadiglia rumorosamente. Io lo guardo e lui mi risponde schioccando le labbra proprio come farei io gustandomi un piatto delizioso. Lui si gusta il sonno, io mi gusto il silenzio. Un silenzio che mi rincuora con mille suoni che altrimenti non avrei mai sentito.

Poi mi rendo conto che il vecchio che mi abita accanto deve aver raggiunto il telecomando. Il volume della sua cazzo di televisione si alza superando qualunque limite di sopportazione del rumore e le pareti tornano a vibrare. Riattacco i cavi alle pareti e riaccendo tutto il mio piccolo mondo.

I dieci minuti di silenzio passano oltre inglobati in suoni maldestri e sconclusionati.

[11]

Eravamo in tre. “I tre amigos” ci chiamavamo. Un modo ridicolo di chiamarci ma, pur essendo ridicolo, ci piaceva da matti. Quello che ho imparato dell’amicizia l’ho imparato proprio facendo parte di quel piccolo gruppo, facendo parte di quel terzetto adolescenziale. Coesione, condivisione, risate e pianti, ancora risate e differenze. Le differenze poi, ho capito, sono quelle cose che sempre più si ingigantiscono fino a quando non puoi più reggerle. Diventano grandi e deformi e se in alcuni casi le tieni per anni e anni ancora, in altri ti scoppiano tra le dita quasi subito e sei costretto a prenderne coscienza. Ma finché dura, pensavamo, godiamocela. E allora eravamo come fratelli, proprio mentre scoprivamo che i veri fratelli di sangue non erano così bravi nell’esserlo. Vivevamo in prima persona le prime esperienze e lo facevamo spalla a spalla, in tre.

Matteo morì un anno dopo la maturità. Quando ci penso metto in piedi quello che fanno in molti: credo sia ancora lì fuori e che non mi chiami per qualche motivo. Si è sposato, fa un lavoro che lo fa mangiare e vivere, paga la sua automobile in tantissime comode rate, magari ha dei bimbi o magari no, ma non mi chiama. E questo mi fa anche incazzare. Sono incazzato con lui e lo sono da un anno dopo la maturità, da quando ha deciso di “sparire”. Da quando ci ha lasciato in due.

Ma così va la vita, suppongo.

Con Andrea eravamo amici da prima, dall’inizio delle scuole medie e abbiamo “inglobato” nel nostro giro Matteo all’inizio delle superiori. “I tre amigos” erano talmente inseparabili che eravamo gli unici ad avere, a scuola, tre banchi uniti. Una classe di tre lunghe file da due e poi noi. Sorridenti. Più forti degli altri perché “terzetto di qualità” come diceva Matteo. Stronzate sulle quali ridevamo di gusto. Giorno dopo giorno.

Eravamo noi tre, quella volta in Grecia nell’Hard Rock Cafè. La raccontammo un milione di volte tornati in patria e, un paio di volte, io c’ho anche rimorchiato. Nulla di che, ma sapevo come condire la storia in modo da farla sembrare un’avventura. Era questo lo spirito dell’amicizia che ci univa: vivere la vita, sommare le esperienze, cagare fuori qualche considerazione con la quale crescere. In tre ci si riusciva meglio. Avevi molto più materiale e, soprattutto, avevi più materia grigia con la quale lavorare. Non è poco, no?

Andrea era lo spigliato, il combattivo che portava avanti le battaglie ideologiche, che ce le spacciava come fossero caramelle all’hashish. Era forse il più brutto dei tre ma di certo quello di maggiore fascino, quello più apprezzato dal genere femminile. Matteo era invece il cazzone. Verdissimo di mentalità, un bambinone con una barbetta poco cresciuta sul mento che per forza ti faceva ridere, anche quando non voleva. Io mi collocavo, probabilmente, nel mezzo. Ci sapevo fare di meno con le ragazze ma ero quello più bello, prendevo a cuore ogni causa che mi venisse messa in mano e scambiavo la mia vera famiglia con quella che mi creavo. Lo facevo continuamente.

Quando cresci ti dicono che hai vissuto in una sorta di campana, in una recinzione che ti distanziava dalle difficoltà del mondo, perché il tuo ambiente è stato quello di una cittadina di periferia, non troppo grande né troppo piccola, mai eccessivamente distante dalle braccia paterne della famiglia. Eppure non era così. Ci si mischiava, tra noi, le preoccupazioni per il futuro, i drammi del passato e soprattutto gli accidenti quotidiani. Quello su cui più ci si corrodeva, giorno dopo giorno, era trovare una via d’uscita dal nostro ambiente, dal nostro nido cittadino che rappresentava costantemente una prigione. Eravamo cuccioli affamati in un mondo di convinti dietologi spietati. Attorno a noi solo coetanei bramosi di semplicità: capello alla moda, vestiti alla moda, parlata alla moda e pensieri alla moda. Gente per bene che ti ammazza l’anima. Pensavamo che scendendo a patti con persone del genere ne saremmo stati corrotti. Quello che gli anni mi hanno insegnato è che era vero, avevamo ragione. Senza se e senza ma, era dannatamente vero. Se scendevi a patti, se entravi nel giro e ti lasciavi trasportare, quello che diventavi non era altro che l’ennesimo adolescente, l’ennesima ombra in cerca d’un divertimento facile, che fosse una ragazza, che fosse un pallone o qualche battuta scema e irrispettosa. Saremmo diventati gli ennesimi adulti in cerca di una vita da trascorrere con semplicità. Questo e nient’altro.

Ricordo che a sedici anni passavamo i pomeriggi d’autunno a fumare sigarette in un vicolo della cittadina, un vicolo riparato dal vento, dal freddo, dalla gente. Trascorrevamo le ore, sigaretta dopo sigaretta, immaginando cosa avremmo fatto da lì a dieci o vent’anni. Sigaretta dopo sigaretta, condendo le ore con lunghe discussioni sulla musica, libri, filosofia spicciola, battute e aneddoti, molti dei quali inventati. Un pomeriggio Matteo se ne uscì con l’invenzione del secolo: secondo lui passare la fiamma dell’accendino sui polpastrelli eliminava la puzza di fumo. Io e Andrea non ne fummo mai troppo convinti, sembrava una delle sue famose stronzate, quelle raccontate tanto per raccontare, tanto per avere ragione. Qualche tempo dopo invece rimanemmo sorpresi della sua decisione di smettere con le sigarette. “Basta, mi schifano” disse secco. Il suo rifiuto durò due mesi, un periodo intenso in cui rimaneva lì nel vicolo a guardarci con bramosia, a distanza dal fumo per non impregnare i vestiti. Solo due anni dopo scoprimmo che suo padre, fervente e misericordioso cattolico, una sera lo frustò con la cinta dei pantaloni. Dalla parte della fibbia. Rientrato a casa, Matteo, scoprì che passando al fiamma dell’accendino sulle dita non spariva l’odore di sigaretta e scoprì anche che, a volte, la frustrazione trova la sua valvola di sfogo peggiore sui propri amati.

Condividevamo tutto, eppure quel gravissimo fatto non ce lo raccontò per ben due anni. Poi ce lo disse in modo diretto e senza preamboli. Senza teatralità, senza lacrime. Senza niente. Ce lo disse e basta. Noi rimanemmo zitti e non lo guardammo in faccia per diversi minuti.

Inutile a dirlo riprese a fumare con maggiore costanza e lo fece fino alla fine. Io smisi invece alla fine del liceo.

Non ho mai amato le sigarette eppure adoravo passare il tempo fumando in quel vicolo.