[10]

Se c’è una dote che la vita da pendolare ha più messo in risalto, è la mia capacità di adattamento. Il continuo mutamento in un ambiente temporaneamente costante può essere, in alcune circostanze, la tua via d’uscita, la tua salvezza. Per dieci anni ho seguito la scuola speciale di pendolarismo, una scuola che si teneva quotidianamente, mattina e sera, che piano piano ha modificato il mio approccio all’ambiente, ha modificato il mio relazionarmi con gli altri. Da collaboratore sensato e razionale, da gentile cittadino coscienzioso, sono diventato cacciatore di anfratti dove poggiare le mie chiappe giovani e nate stanche.

L’ultimo degli stronzi è quello che si fa il viaggio in piedi, è risaputo.

Questo è un esempio di adattamento, di cambiamento più o meno scientifico. Nasci sprovveduto e costretto ad un’ora di viaggio attaccato ai sostegni e muori esperto e sagace, comodo e menefreghista della solita vecchia che inscena una morte apparente ai tuoi piedi pur di sedersi. E no, non ci sono cascato nemmeno quella volta in cui quella vecchia ha “finto” le convulsioni.

Si fottesse.

Ma forse queste sono doti che erediti, che ti tramandano le generazioni passate tramite interminabili sequenze di informazioni impacchettate nel sesso. Se devo pensare, nella mia famiglia, ad un campione dell’adattamento, beh quello era mio nonno. Un tipetto non troppo alto da cui ho preso senza dubbio la voglia di ridere, l’amarezza di fondo, gli occhi, la voglia di raccontare storie, di bere vino e, appunto, l’adattamento. Poco altro, ma è sufficiente.

Quando qualcuno mi racconta dei suoi nonni lo fa con la luce negli occhi, quella luce che contorna racconti pieni di stima e di orgoglio, racconti di origini, sacrifici ed eleganza. Mio nonno era un figlio di puttana che non amava vivere ma adorava sopravvivere e che lo faceva nel modo più discreto e miserabile possibile. Un vecchietto diventato vecchio, forse, troppo presto e che si è circondato nell’arco della vita della tipica povertà del dopo guerra, privandola però di ogni forma di dignità. Una povertà che, a differenza dei suoi coetanei, non è riuscito a smaltire con il boom economico degli anni ’60 ma che si è portato dietro fino alla tomba.

Aveva gli occhi sottili, grandi ma a mandorla, che stonavano con gli occhiali ma che una volta liberati mostravano tutta la loro bellezza. Aveva sempre un bicchiere di rosso o di bianco in una mano e una Marlboro nell’altra. Aveva una predilezione per le risate, quelle in compagnia, eppure semivuote, perché odiava dirti di sé altrimenti ti avrebbe ucciso con la sua amarezza e lo sapeva. Ma sopratutto era un grande raccontatore di cazzate. Ne diceva a bizzeffe. Negli anni le storie di guerra cambiavano talmente tanto nei particolari da diventare sempre nuove e noi nipoti stavamo lì a sentirlo per ore intere chiedendoci come diamine facesse ad inventarsene di simili. Con un’educazione di qualche tipo, forse, avrebbe fatto lo scrittore.

Per lui l’adattamento non era una dote eroica con la quale emergere, per lui era un gradino al quale aggrapparsi per non scivolare. Il ragazzo aveva cervello, senza dubbio, ma cazzo non si applicava davvero. Lui si rifugiava nella damigiana di vino e nella pensione minima, nelle buche di protezione dei campi di battaglia dove aspettava che il tutto fosse finito, nelle cene in pizzeria gentilmente offerte dai generi e dalle figlie. Si adattava come un vero Italiano medio al quale poco importa che ci possa essere di più nei ragionamenti di politica ed economia, si adattava agli anni che passavano senza un vero obiettivo se non quello, appunto, della sopravvivenza. Gli andava bene così, era felice così.

Sì, se devo riconoscere in qualcuno della mia famiglia, la capacità di adattarmi all’ambiente per i miei scopi, questo è senz’altro mio nonno. Un tipetto basso, con gli occhi a mandorla che nella mia testa ancora parla di cose che non sa, solo per dimostrarti che lui era sul pezzo, c’era nel discorso e probabilmente che aveva ben più ragione di te.

E tutte le volte che conquisto un posto sui mezzi pubblici, tutte le volte che dribblo una cazzo di vecchia claudicante che annaspa semicosciente e ansimante, ricordo da dove vengo. Vengo dal piccolo figlio di puttana, tremendamente imperfetto, racconta palle, bevitore di vino e pieno d’amarezza che sapeva fare suo l’ambiente non per conquistare grande obiettivi, ma solo per sopravvivere.

Solo per sedersi sui mezzi pubblici e non farsi il viaggio in piedi.

Come l’ultimo degli stronzi.

[9]

Nei primi anni ’90 godevi di una certa libertà, nonostante potessi avere un’età molto verde, nonostante la conoscenza fosse limitata. Ecco, nel 1993, ad otto anni, il mondo mi permetteva di sganciarmi dallo sguardo di mia madre, tipica madre italiana della generazione scorsa, casalinga annoiata ma mai disperata, di uscire dal cortile della villetta immersa nel verde al di là della periferia d’una cittadina di periferia. Un piccolo sputo di casupole, villette, ognuna con un giardino tutto proprio, alberi alti e cani muscolosi a fare da guardiani; un richiamo all’America dei film della generazione ancora prima, all’idea del modello di vita che ha lentamente impregnato la nostra cultura in quegli anni cullandoci con la prospettiva di poterlo vivere, di poterlo fare nostro. Almeno fino al risveglio avuto nei primi anni 2000. Uno sputo di villette, dicevo, collegato da un’unica strada che si diramava in piccole stradine malamente asfaltate, un’altalena di saliscendi da percorrere con la bicicletta per andare a trovare gli amici di quartiere e da fare all’inverso per fare a gara a chi premeva per ultimo i freni, per vedere chi era il più coraggioso.

Mai stato un tipo pieno di amici, un tipo che si circonda di persone superficiali pur di averne attorno. Avevo giusto un amico, un ragazzino di otto anni come me che viveva in una casa più grande e più bella della mia. Un tipo ambiguo e che aveva ereditato la sua ambivalenza dal rapporto malsano che i genitori avevano instaurato l’uno con l’altra e poi, inevitabilmente, con lui e con i fratelli. Quando conobbi Thomas, Thommy per gli amici (ovvero solo per me), aveva appena visto il padre lasciare definitivamente casa, mollando la madre, una tedesca naturalizzata e che parlava perfettamente italiano, da sola in una villa bellissima in stile USA, dislocata su due piani più tavernetta e con un giardino sul retro. Una giardino grande, ai miei occhi, con alberi, erba alta ed una casetta in legno. Lei, la fascinosa tedescona alta e magra ma con la faccia tipica delle tedesche che sembrava una mozzarella scaduta, alzava qualche soldo con ripetizioni di inglese ai ragazzini del vicinato, tra cui io, mentre attirava su di sé le attenzioni dei papà e l’invidia o l’odio delle mamme. Tuttavia era l’unica a proporre in tutta la periferia ripetizioni di lingua inglese. Se mio padre fosse anche lui affascinato o meno dalla tedesca non lo seppi mai, ma mia madre iniziò una sorta di amicizia con lei, quindi dedussi all’epoca che mio padre facesse il bravo, o che non desse mai a vedere alcun tipo di interesse.

Sola con tre figli, di cui uno Thommy, viveva in quello che la mia mente di ragazzino di otto anni decodificò come il prototipo della casa perfetta. La moquette a terra, così fine anni ’80, i mattoni in bella vista in quella tavernetta con il soffitto basso. Camere singole per ogni figlio, un gran salone dove allestire un enorme albero natalizio, tavoli in legno solido e massiccio e quel giardino sul retro: quel giardino che nascondeva ad ogni imbrunire della sera, fitti misteri che solo io e il mio amico potevamo intuire. E poi c’era quella casetta in legno, costruita dal padre che mai avevo visto o conosciuto, il padre spazzato via dalla furia di ciò che era l’incubo dei bimbi: il divorzio. Quella casetta in legno rappresentava, definitivamente, la differenza tra me e lui.

Casa mia, la mia casa d’infanzia dove crebbi fino ai dodici anni, era sempre stato un gran casino. Un ammattonato bianco tanto voluto da mio padre, tanto sudato nella sua costruzione, che aveva cancellato ogni filo d’erba ripulendo ogni cosa secondo il suo punto di vista, eppure distruggendo ogni aspetto del mondo avventuroso ai miei occhi di bimbo. Anche nel mio giardino avevamo una casetta, eppure era di lamiera, brutta e accidentale dove erano riposti vecchi attrezzi e dove non mi era permesso andare per nessuna ragione. Due pini circondavano la villetta, altissimi e protettivi, con un cane anaffettivo che abbaiava ad ogni passante. Dentro, gli spazi sembravano ricavati e non pensati: un’unica stanza per me e mio fratello, costantemente contesa e che, comunque, rappresentava più per lui che per me un rifugio adolescenziale dal resto dell’allegra brigata. Ancora amo quella casa, quando ci penso, pur avendo sempre avuto la consapevolezza di quanto fosse imperfetta, di quanto fosse sbagliata.

Bastava dire “Ma’, vado da Thommy. Torno per cena.” E potevo slegarmi dal controllo genitoriale. Al limite era richiesta l’autocertificazione “Sì, li ho fatti i compiti.” per avere un’autorizzazione a tutto tondo. Prendevo la bicicletta e fuori dal cancello ero libero. “Libero” significava essere iniettato in un mondo ben più selvaggio di casa mia, una grande strada asfaltata dove schivare il pericolo delle macchine, piccole strade semisterrate dove scendere a grande velocità; cani, talvolta, lasciati liberi come mine vaganti per il nostro girovagare. Non lo sapevo, all’epoca, ma quell’infantile girovagare era il predecessore delle tante escursioni che avrei fatto da adolescente, quelle rese semiserie dalle occhiate furtive lanciate alle ragazze della cittadina dove mi sarei trasferito. Iniziavo lì il mio crescere eppure non potevo saperlo.

A pensarci ora, dopo tanti anni, quella con Thommy non era una vera amicizia, ma solo la sua costruzione. Quella con Thommy era l’edificazione di un rapporto di amicizia, un’interscambio fine a se stesso o, magari, fine al passare i pomeriggio dopo scuola, sfruttando quella fottuta casetta di legno che ancora oggi, che ho la barba che sta diventando grigia sulle guance, gli invidio. Ecco: essere amici ad otto anni vuol dire imparare ad essere amici. Non esserlo. E non lo sapevo. Come non sapevo che avere una fidanzata a sedici o diciotto anni da chiamare “amore” non significa spesso avere un rapporto o provare vero amore, ma solo imparare ad averne uno. Imparare ad esplorare ciò che si può provare per un altro essere umano. Brutale? Forse, ma pensandoci la vita è un insieme di prove ed errori, come quasi tutta l’esperienza in sé. Pensandoci, si va avanti così con ogni cosa e nessuno te lo dice mai. Tocca a te scoprirlo a posteriori.

Pensandoci bene Thommy non era mio amico e io, proprio no, non ero il suo. Eppure quella casetta in legno, in quel giardino un po’ incolto e fitto di misteri ad ogni imbrunire, è la cosa che più si avvicina all’idea di amicizia ad otto anni che ho in mente, ogni volta che ci penso. L’idea di infanzia, condivisa, tra le pareti in legno messe su da un padre che se ne è andato per via del divorzio, circondati da un giardino che è solo un giardino, ma che a te sembra un mistero da scoprire.

[8]

In qualche modo apprezzo chi se ne sta tutto da solo. Sembra quasi eroico approcciare la vita quotidiana come uno stoico, granitico condottiero. Perché in fondo è cool avere un appartamento tutto per sé, con la poltrona da scapoli -una poltrona marrone, di pelle, adatta ad un culo solo, piazzata davanti alla televisione e che mai viene pulita- , vivere da soli, insomma. Voglio dire: superati i trent’anni prendi e campi da solo. Indipendente.

D-A S-O-L-O.

Il gatto numero 1 di 2 entra nella stanza. Passo felino, e grazie al cazzo, fino alla finestra. Quando c’è totale silenzio, in casa mia, riesco a sentire il rumore delle sue unghie sul parquet. Un ticchettio delicato e sommesso che lo accompagna da un lato all’altro della sala. Si ferma alla finestra e guarda schifato il mondo. Quello che mi piace di 1 di 2 è il suo sguardo schifato che riserva solo a chi se lo merita. Quello che mi piace di 2 di 2 è lo sguardo di finta sottomissione che riserva solo a chi se lo merita, ovvero a chi ha tristemente bisogno di avere un ruolo in qualche storia. Chi ha bisogno di sentirsi migliore con qualche finta scusa, che lui prontamente gli offre. Uno sbadiglio e con un solo salto 1 di 2 sale sul tavolo, si gira e mi guarda fisso in modo schifato.

Ho sempre immaginato quanto fosse bella la vita da scapolone tutto d’un pezzo. Alto e con l’addominale scolpito, camicie bianche e magliette con pupazzetti dei videogiochi stampati sopra. Il bucato non lo devi fare perché, come faceva Peter Venkman in Ghostbusters, basta mettere i vestiti una notte fuori la finestra che poi profumano e si puliscono da soli. Certo quella era Manhattan ed era un film ma nella mia testa funziona così quindi basta obiezioni. Cucinare, non si cucina: magari si ordina qualcosa, pizza o cinese che sia. I soldi, perché gli scapoli ne hanno a strafottere, si usano tutti in cazzate tipo retrogaming e impianti stereo. Oppure per le uscite del sabato sera. E, mi pare ovvio, il sabato sera si cucca. Si cucca duro, Una diversa ogni sabato. Ma che dico una, pure due. Nottate nei night con musica soffusa, drink e una donna per lato con la manina delicata che si poggia sul petto. Grande scapolone. Un modello di vita.

1 di 2 continua a guardarmi con la medesima intensità. Impressionante come gli occhi dei gatti siano simili per intensità a quelli delle persone. Dicono che gli occhi siano lo specchio dell’anima ed effettivamente io ci credo. Sto qui con quel pupazzo peloso seduto composto sul tavolo che mi fissa e sicuramente pensa qualcosa. Sta pensando qualcosa di me, col suo guardarmi schifato. Congettura sul mio congetturare. Ma forse è solo suggestione.

Lo scapolone non avrebbe gatti, o animali in generale. No, lui deve essere libero, deve poter andare in vacanza quando vuole e con chi vuole. Anzi, lo scapolone non ha legami di nessun tipo. Un essere libero in un mondo di costrizioni. Ha fatto centro quel tipo là, vive bene. Per quanto riguarda me, poi, so che sarei potuto essere, in gioventù, uno scapolone perfetto eh, vivere senza legami, senza gatti. Non sentire la mancanza di niente e di nessuno. Avere una bellissima poltrona di pelle marrone in attesa del mio culo ogni sera, dove scolare birra e ruttare in piena libertà.

1 di 2 scende con un altro salto dal tavolo, mi passa sotto le gambe e struscia la coda. Oh ogni volta mi commuove come uno stronzo. Porca misera ma che diamine mi è successo? Dopo aver compiuto 35 anni davvero è normale stabilire un legame affettivo con una palletta di pelo che ti guarda minacciosamente ma che ti si struscia addosso come uno psicopatico in astinenza da farmaco? Lui è lo squilibrato psichico ma io sono lo squilibrato affettivo. Davvero è normale sentirsi così?

Ho deciso: da domani mi comporto un po’ di più come fossi uno scapolone. Non mi sarà possibile indossare vestiti “lavati” all’aria aperta, ok, ma sarò certamente più indipendente a livello emotivo, libero di comportarmi senza tener conto della famiglia, degli amici, dei parenti e dei gatti. Perfetto. Anzi, comincio comprandomi la poltrona. Senza fare riunioni di famiglia. Decido io. E solo io ci poggerò le chiappe. Sia chiaro.

S-O-L-O I-O

Mentre prendo le decisioni importanti della vita sento che 1 di 2 va nel suo gabinetto privato, una scatolina con porta basculante piena di terriccio. Caga e caga, scava e scava. Quando torna in sala il suo sguardo è più disgustato del solito. Ho già capito.

Mi armo di salviette umide e igienizzate, afferro 1 di 2 che grida e graffia come un figlio di cagna e pulisco i ciuffi di pelo delle chiappe incrostati. Su internet mai che i gatti abbiano problemi strani andando al cesso, così te ne prendi uno, magari anche due, e allora capisci che il pelo vicino al buco di culo non è stata una grande idea. Vero madre natura?

Dopo averlo pulito e profumato, 1 di 2 scompare dalla mia vista offeso e so già che non lo vedrò per le prossime due ore. Meglio. Devo pensare a dove mettere la mia poltrona di pelle marrone. Che poi effettivamente una poltrona marrone non starebbe molto bene con l’arredamento, né con gli spazi. Poi di pelle. Non so. I gatti rovinano la pelle con le unghie. Anche i tessuti, effettivamente.

Mentre rifletto sulla scelta della poltrona entra 2 di 2. Mi guarda fisso. Mi guarda intensamente mostrandosi sottomesso.

“Bravo 2 di 2, vieni qui da papino”.

Va beh, lasciamo stare la poltrona.

[7]

1998

Ho ricordi vividi di quell’estate. Immagini, profumi, suoni. Ho quella sensazione, tutte le volte che ci penso, che si aggancia alla base della gola, che te la stringe e scende fino alla bocca dello stomaco: una sensazione che identifico sempre con l’adolescenza. Un dolce amaro difficile da mandar giù e impossibile da non desiderare.

Le colline dolci, della cittadina assolata, contrastavano con lo sforzo che mettevo nelle gambe. Risalire a casa, dopo le mattinate trascorse a girovagare, mi imperlava la fronte. Sforzo fisico di un corpo non allenato al movimento e stress mentale, tensione, per il ritorno a casa. L’odore dei giornali dell’edicola sotto casa, quella carta plastificata e colorata di avventure immaginarie. Lo sguardo assente della vecchina seduta nel chiosco che con fare distratto mi chiedeva ogni volta “Porno?”. Poi c’erano le risate, mie e del mio amico, che serpeggiavano per i vicoli della cittadina. Quella pietra antica, tutta italiana, a fare da cornice a due tipetti zuppi di ormoni. Disgustosi, eppure nel centro della vita.

Il 1998, per me, è ricco di queste cose. Ancora oggi, tornando raramente nella mia città natale, mi sembra di sentire quelle risate, quegli schiamazzi rauchi, la puzza di sudore. Passando per le vie, oggi cambiate, si sovrappongono immagini di anni passati, eventi succeduti in fretta, gioie mai tornate indietro e dolori troppo elastici da dimenticare.

Ci si metteva d’accordo, in quegli anni, come avevano fatto i nostri fratelli, come avevano fatto i nostri genitori; alzavamo il telefono di casa. 9 su 10 rispondeva qualche familiare con il quale usare sempre la stessa formula e intonazione, sperando di non dover fare una vera e propria conversazione, driblandolo agevolmente. Che poi, diciamocelo, nessuno aveva voglia di fare conversazioni inutili: i minuti al telefono si pagavano. Nessuno tranne la nonnina del mio amico. Sì, lei se ti intercettava, seppure al telefono, ti teneva almeno un quarto d’ora con aneddoti biblici e altra roba. Il rito del telefono, per noi tipetti né grandi né piccoli, era una sorta di rito di crescita. Come avevano fatto i nostri fratelli maggiori così facevamo noi e questo era il loro passaggio di consegne.

Si usciva la mattina, si usciva il pomeriggio, noncuranti del caldo afoso, che fosse Giugno, Luglio o, addirittura, Agosto. Gli amici erano l’àncora, i genitori le acque in burrasca. Le ragazze…isole su mappe che non corrispondevano mai alla realtà. Ma il gioco era proprio quello: girovagare, guardare e volare con l’immaginazione, magari con il Walkman attaccato alla cinta e con dentro una cassetta degli Oasis a consumare le cuffie. Ci si guardava attorno, le coetanee cesse e inguardabili, quelle più grandi belle, truccate e sicuramente inarrivabili. Non ci si illudeva eh, ma il bello era immaginarsi di poter essere all’altezza.

Un anno di Mondiali di calcio, ancora mi ricordo quel francese che ci prese per il culo, dopo la vittoria della Francia. Bastardo mangia lumache. Un anno di tante piccole cose che non rifarei per nessuna ragione. Una tra queste è la colazione con lo Spuntì. Quale essere senziente sceglierebbe di fare una colazione del genere? Ecco, presente…Una roba che oggi non darei neppure ai miei gatti in tempi di magra.

Ma poi il girovagare finiva, le ragazze più grandi a zonzo per la via rincasavano, gli amici tornavano nelle loro camere tranquille, e io mi ritrovavo su quella via dolcemente in salita, con la fronte madida di sudore, mettendo energia nelle gambe poco allenate. Gettando un’ultima occhiata all’edicola, un ultimo sguardo ai fumetti e alle riviste e alla vecchina mezza assopita che rispondendo al mio sguardo sussurrava “Porno?”. Un ultimo tentativo di portare via la mia mente mentre citofonavo, mentre rincasavo. Come ogni giorno di quell’assolata estate del ’98.

[6]

Risotto con gli asparagi.

Mi piace il risotto con gli asparagi. Ne vado quasi fiero di questo mio amore. L’asparagio è quella cosa bruttissima che cresce in condizioni altrettanto rudi, ma che poi, quando si fa mangiare, ti racconta del sapore della terra, il sapore della sua provenienza e della sua essenza. Un gusto praticamente unico.

Poi quando lo digerisci ti puzza il piscio per una settimana.

Fantastico l’asparagio. Perché ti ricorda, con il suo piscio puzzolente (non che poi, solitamente, il piscio profumi di “big bubble”) che lui ti entra dentro, ti attraversa le budella e si fa assimilare. Viene ammollato, impacchettato, liquefatto e assorbito e, alla fine di tutto questo giro, fa nuovamente capolino sotto forma di puzza.

Incredibile l’asparagio. Perché ci ricorda quella cosa che ogni tanto medici e filosofi cercano di farci ricordare: siamo quello che mangiamo. Forse è l’unico alimento che lo fa con tanta enfasi eh. Magari un altro alimento che ce la mette tutta è il nero di seppia. La merda nera ti rimane bene impressa quando la fai. Però, diciamocelo, non ha la stessa eleganza.

Ecco, io gli asparagi li paragono un po’ all’amore. Come l’amore li trovi in mezzo ai campi della quotidianità, solo al momento giusto della vita; devi saperli trattare per assaporarne al meglio tutto il sapore e, quando ci riesci, ti danno tutto il gusto della terra, tutto il gusto del loro luogo di provenienza.

Poi, proprio come l’amore, quando tutto finisce continuano a farsi sentire nel lungo processo di espulsione delle tossine. Eh si, l’amore che finisce, si sente ad ogni pisciata.

E poi li associo a quella volta in cui avevo quattro anni e mio padre mi mise in piedi davanti a lui sul motorino. Girammo tra i monti vicino casa raccogliendo asparagi. Il vento in faccia. Le mie piccole mani sul manubrio fingendo d’essere un pilota esperto. La risata di mio padre in risposta al mio essere felice. Mio padre felice.

Mi piacciono gli asparagi.

[5]

Il bello delle fotografie è sempre stata la loro staticità. Dicono così. Secoli fa la gente credeva che la propria anima venisse intrappolata, cristallizzata, dentro gli scatti. Che l’anima, insomma, venisse rubata.

Fossimo in una sitcom decine di persone sugli spalti e fuori campo si sganascerebbero di fronte ad affermazioni di questo tipo, semplicemente perché affermazioni anacronistiche, fuori dal sentito dire scientifico che caratterizza la nostra società. E poi, oggi, fotografiamo ogni singola cosa ci venga a tiro quindi, fosse vero, di anime non se ne vedrebbero più in giro. Eppure ogni tanto ripenso a questa cosa con inaspettata serietà

-risate in sottofondo-

Sì, insomma, ripenso a come da un punto di vista puramente materiale, quei personaggi barbuti, mal vestiti e decolorati da metà ottocento non avessero tutti i torti. Scatti un’immagine e sai che, con ogni probabilità, quell’immagine sopravviverà alla tua persona

-risate scomposte in sottofondo-

Vero è che oggi guardiamo negli occhi personaggi di cui non restano neppure le ossa. Non vi inquieta? A me tantissimo. Penso che tra cento anni, duecento o trecento anni, gli uomini del futuro vedranno dei miei momenti e penseranno a quanto cazzo fossi brutto con questo taglio di capelli, a quanto fossi anziano con questi vestiti addosso, insomma tutte le cose che la gente pensa ora di me. Immagino i futuri Italiani, alti minimo due metri, con il collo piegato in avanti e mezzi ciecati, giudicarmi in piccole e sfocate (per il loro mezzi) fotografie, piccoli momenti di vita di un antico tizio anonimo che visita altre città dell’antica Europa, che mangia un cornetto al bar, che lavora su un preistorico computer con il gatto appollaiato sulle spalle

-mugolio intenerito-

Me li immagino farsi due risate sul mio strano aspetto, sulla mia assurda arretratezza e cultura. Immagino questi individui chiedersi come fosse vivere la vita senza tutta la loro tecnologia avanzata, senza il loro stile di vita moderno. Avanzato. La cosa diventa terrorizzante, nella mia testa, al pensiero che questi individui possano trovare immagini di me a tredici anni, brufoloso, panciuto, occhialuto e tanto ma tanto sfigato.

-risate isteriche col dito puntato o i palmi sullo stomaco-

Un ragazzetto che cresce bene insomma, non come quei tipetti magrolini e di successo che poi, varcata la soglia della maggiore età si stupiscono per ogni calcio nel culo preso. Si ma la cosa non riguarda solo me, riguarda un po’ tutti. Si perché le fotografie davvero ci prendono l’anima e ce la prendono quando invece di sentire bene il sapore del cornetto al bar, lo ingurgitiamo facendo una faccia buffa mentre lo addentiamo, ce la prende quando facciamo freddare la pietanza che abbiamo davanti perché l’inquadratura o la luce sono sbagliate. Ci ruba l’anima quando non ascoltiamo cosa ci dice chi abbiamo vicino perché impegnati a catturare il venticinquesimo tramonto della settimana.

-silenzio riflessivo-

Per quanto riguarda il ragazzino di tredici anni, quello brufoloso e cicciotto, lui certamente la foto non la voleva fare ma gliel’hanno scattata ugualmente. Sarà sottoposto comunque alla gogna e alle risate dei futuri Italiani, fottuti stronzi tutti storti e rincoglioniti. Sicuramente loro a tredici anni si riempiranno anche di botox e sostanze abbellenti ma noi nel 1998 queste cose non le facevamo. Ci tenevamo tutto lo schifo che gli ormoni ci piazzavano in faccia e questo, si proprio l’andare in giro in questo modo, voleva dire crescere.

-silenzio imbrarazzato-

Fossimo in una sitcom arriverebbe il momento in cui correggo il tiro, sospirando, dicendo sommessamente:

“Ok, ok, l’anima resta al suo posto, quella dell’ottocento era senz’altro una paura irrazionale. Ma quello che volevo dire è che le fotografie ci rubano il tempo e la concentrazione. Meditate gente. Meditate”

-Applausi mentre le luci, lentamente si spengono, lasciando spazio alla simpatica sigla di chiusura-

Ma non siamo in una sitcom e allora vi dico:

“Ok, ok, l’anima resta al suo posto, lasciamo stare che mi sembrate già messi male con le false credenze ma, per favore, vi supplico, basta con queste cazzo di foto.

Basta.

Soprattutto a quei poveri ragazzetti di tredici anni che, come noi sfigatelli del 1998, si ritrovano in condizioni penose, presi in giro e senza l’ombra di accettazione sociale.

Senz’altro cresceranno bene e con la testa a posto ma almeno non ricordiamogli per tutta la vita che aspetto avevano a quell’età.

Sigla.

[4]

Quello che più adoro di questo mondo complicato sono le impressioni. Quelle sottilissime linee di demarcazione tra una non conoscenza ed una conoscenza a tutto tondo. Tra l’una e l’altra, infatti, ci passa un fiume in piena fatto di impressioni e preconcetti in grado di guidare e alterare gli atteggiamenti e i comportamenti delle persone. Molto più efficacemente delle conoscenze stesse. E il bello è che si tratta di qualcosa di più forte di noi, alla quale non possiamo sottrarci in alcun modo.

Come potevo io sottrarmi a dei solidissimi preconcetti quando, una quindicina di anni fa, mi ritrovai per quelle strade sporche, poco illuminate e col fumo che usciva dai tombini? Come potevo sottrarmi a quelle impressioni mentre, entrando nel locale in fondo alla strada, lo attraversavo, a passo molto lento, superando tavoli occupati da energumeni semiaddormentati e ubriachi e accolto, in fondo al bancone da una puttana con le tette quasi del tutto di fuori, la faccia dipinta da uno stucchevole arcobaleno e lo sguardo acceso di uno spento languore?

Come potevo non sudare freddo?

Il problema di quella storia erano le aspettative. Si perché in Grecia, nel centro di Atene, tra gli esercizi commerciali e sotto un sole limpido credi praticamente in modo cieco al depliant che parla dell’Hard Rock Cafè della capitale greca. Dai per buona l’illustrazione così come la descrizione di uno dei luoghi più famosi al mondo. Sotto al sole sembra, a te e ai tuoi giovani amici, un’ottima idea. Tanto ottima da lasciarsi trascinare da ormonali aspettative.

Di notte tendi a ricrederti, come accade con tante, troppe cose. Tendi a considerare diversamente i particolari che qualche ora prima ti erano sfuggiti. Primo fra tutti il luogo: il Pireo è il porto e forse avremmo dovuto considerare che il porto di una grande città può rappresentare un luogo non troppo sicuro dove passeggiare di notte. Secondo particolare: l’insegna. Nel depliant c’era la foto dell’insegna del locale, ma solo presentandoci lì di persona ci siamo resi conto delle differenze con l’insegna originale. Si, originale nel senso di vero Hard Rock Cafè. Vero Hard Rock Cafè nel senso che quello che avevamo di fronte ne era un’imitazione per serial killer, probabilmente. Oppure una trappola per candidi ragazzi. Fatto sta che oramai eravamo lì fuori, davanti al locale e non sembrava poi nemmeno accettabile un dietrofront da codardi.

“Dai ragazzi, siamo arrivati fino a qui. Non facciamo i codardi ed entriamo”.

Ed entrammo.

Qualche ubriacone riuscì anche a guardarci mentre noi avanzavamo con fare non troppo sicuro. Sembravamo verginelle che portano secchi di vasellina sul set di un audace film porno. Tenere pecorelle nella capitale dei lupi. Intano i suoni gutturali di un paio di Atenesi in alterato stato di coscienza facevano da cornice al nostro silenzioso avanzare. Uno ci gridò anche qualcosa ma, complice la barriera linguistica, fummo costretti a rifiutare educatamente sorridendo con fare sperduto.  La puttana, intanto, ci guardava e noi le guardavamo quelle molli e decatute tette, mentre arrivavamo grevemente al bancone.

Ci chiese qualcosa nella sua lingua e noi rispondemmo in inglese. Un inglese improbabile ma che divenne illuminante quando pronunciammo le tre parole magiche:

Hard

Rock

Cafè

La risposta gonfiò ancora di più le nostre paure e i nostri pregiudizi. Lei si avvicina con il suo davanzale traballante e ci sussurra: “I call my boss”. Deglutiamo. Tutto, dal significato all’accento quasi slavo, ci fa pensare all’enorme cazzata che abbiamo fatto.

“Sta andando a chiamare il boss ragazzi, è ora di andarsene. Qui si mette male cazzo, si mette maledettamente male.”

“E che facciamo? Scappiamo? Da qui all’uscita ci saranno trentotto assassini. Quelli sono come i cani, se scappi ti mordono”

“Mi sto cagando sotto ragazzi, mi sto cagando addosso…”

Giusto il tempo per capire che probabilmente non avremmo mai più rivisto la madre patria ed ecco che arriva il “Boss”, preceduto da un addome tanto grande che pensiamo tutti al cannibalismo. Barba lunga, gilet di pelle e maglia sporca, molto sporca, che lo abbraccia. Qualche tatuaggio sull’avambraccio inneggia a qualcosa che non comprendiamo ma l’unica cosa a cui penso è dove vorrei che venissero sparse le mie ceneri.

“Do you want Hard Rock Cafè? This WAS Hard Rock Cafè.”

Silenzio. Io e i miei amici da una parte. La puttana e il boss dall’altra. Gli ubriaconi stesi sui tavoli dietro di noi e le chitarre con le corde arrugginite appese ai muri. Il boss ci fa segno di seguirlo e noi, giovani e spensierati non opponiamo resistenza. Lo seguiamo rassegnati a tutte le cose terribili che ci farà. Apre una porticina ed entriamo, tutti e cinque, in un garage dai muri grezzi, all’interno del quale vediamo, inspiegabilmente, una macchina in parte arrugginita e adagiata su quattro blocchetti di cemento. Ci guardiamo e non sappiamo cosa pensare.

Poi d’un tratto, la gentile signora che fino a quel momento ritenevamo essere una tipa dai facilissimi costumi (fatto comunque mai confutato) solleva un pannellino di metallo e accende una piccola insegna luminosa, mostrando un bancone di oggetti, gadget e magliette con ben incisa sopra la scritta “Hard Rock Cafè”.

Tre parole magiche cambiano nuovamente la nostra prospettiva su tutta quella storia:

Hard

Rock

Cafè.

Si, perché quello ERA l’Hard Rock Cafè, prima di perdere la licenza o qualcosa del genere. Ora era solo un’innocua e sporchissima bettola per disperati ancora stracolma di gadget da acquistare a prezzi vantaggiosi.

Ce ne andammo discretamente soddisfatti, da quel posto, ancora elettrizzati per essere in vita e più o meno integri. Avevamo avuto un’avventura da veri uomini, pur non essendolo propriamente e, soprattutto, avevamo vissuto qualcosa che ci saremmo portati dietro per molti anni: un cambio di prospettiva sulle cose e sulle persone, un ricredersi dopo aver usato i pregiudizi e le opininioni in modo facile e fuorviante.

Comunque il Boss, tipo simpatico, ci offrì una nottata in saldo con la tipa del bancone che, gentilmente, rifiutammo.

[3]

Quello che mi piace dell’autunno è l’imprevedibilità. Un momento prima hai talmente tanto freddo da pensare “ma perché diavolo non ho messo cappotto e sciarpa” e subito dopo il tuo corpo piomba in uno stato di dissoluzione salina sotto i colpi di un sole maledettamente estivo. Beh, l’imprevidibilità non risiede esattamente in questo passaggio, piuttosto in quel momento che accompagna una folata di vento o una camminata veloce sotto l’ombra, momento in cui un brivido ti investe, ti increspa e solletica la pelle. Ti colpisce tutto, ti infreddolisce tutto e la reazione dell’organismo è sempre chiara, decisa e sicura: i capezzoli si inturgidiscono. Anche se nelle donnine questa cosa è, spesso, legata ad immagine più o meno esplicite di eccitazione e bellezza, beh tra gli irsuti petti maschili la scena non guadagna certo di sensuale magnetismo. Reazioni corporee, direte voi; sicuramente, eppure ricordo come tanti, ma tanti, anni fa, quando ancora il petto villoso era per me un classe di pettorale sconosciuta, i capezzoli erano una parte del corpo inesistente. Non che non ne avessi eh, non sono un mutante, ma non badavo minimamente a loro. Esploravo il mio corpo allo specchio cercando di capire come stesse divenendo, come sarebbe stato e, giustamente magari, non mi ponevo il problema dei miei piccoli e anonimi capezzoli.

Saranno stati venticinque anni fa, un mese afoso ed estivo da vivere appieno e con energia al campeggio assieme ai miei genitori ed io mi annoiavo assumendo varie e variegate pose apatiche sperando che quell’estate finisse presto. Poi, mentre occupavo il mio tempo lasciandolo trascorrere senza gloria, conobbi un coetaneo, un altrettanto annoiato amichetto col quale condividere quei momenti di irrecuperabile spensieratezza. Ricordo come le prime volte ci vedemmo la sera, dopo il mare, quando ti fai bello con maglietta e pantaloni corti per la “vita” e la “movida” del campeggio. Un tipo normale, un tipo che sulla carta d’identità, da lì a qualche anno, avrebbe trova scritto “segni particolari: NESSUNO”.  Tuttavia un giorno ci incontrammo in spiaggia all’ora di pranzo e decidemmo di risalire assieme e fermarci al piccolo bar locale che offriva qualche videogame cabinato con i titoli del momento. Troneggiava su tutti “International Superstar Soccer” in versione Snes ma dal look rifatto. Ci fiondammo estasiati inserendo manciate di 500 lire puntando direttamente alla conquista della coppa del mondo con l’Italia. Un partita estenuante, tra scivolate, colpi di testa e lanci improbabili e noi due eravamo in finale e senza più “gettoni”. Potevamo farcela, a vincere, ma le cose si misero subito male. Metà squadra si era ammollata, sembrava distratta; la metà di squadra controllata dal sottoscritto. Proprio mentre eravamo sulla cresta dell’onda, mentre eravamo eccitatissimi per il risultato ottenuto (la finale!) mi accorsi del…suo segno particolare. I suoi capezzoli. Giuro che aveva dei capezzoli a cui nemmeno Frankestein sarebbe rimasto indifferente. Degli scuri e turgidi capezzoli della lunghezza di almeno due falangi delle dita della mano, facevano costantemente capolino nel mio campo visivo. Distraendomi. Disgustandomi. In tanti anni, sinceramente non ho mai più rivisto dei capezzoli del genere e, sinceramente, non ci tengo nemmeno.

Quello che mi dispiace di tutta questa storia è il fatto che la mia memoria sia rimasta sconvolta da tutto ciò e, come nei traumi, abbia rimosso molte cose. Ad esempio non ricordo cosa accadde dopo quel giorno, come sia continuata o terminata la nostra conoscenza o se l’abbia mai più rivisto nelle estati successive.

Poi non ricordo come sia finita quella leggendaria finale ai campionati del mondo.

Ma soprattutto, tutte le volte che vedo un capezzolo o che sento i miei inturgidirsi al fresco improvviso dell’autunno, torno con la mente a quel pomeriggio afoso di tanti anni fa e al disgustoso oscillare di quelle escrescenze, chiedendomi se oggi, da uomo adulto, possa vantare sul proprio documento la scritta “segni particolari: CAPEZZOLI”.

[2]

La sopravvivenza è una questione di razza, dicono, una questione di specie insita nei meandri del nostro essere. La sopravvivenza ci caratterizza, giurano, in quanto individui con un’eredità di milioni di anni. Ma io penso alla salsa guacamole, e non riesco a fare altro.

Una giornata che si divincola tra l’alba e l’ora di pranzo, tra le ore più calde e il lento ambrare del tramonto in un oscillare monotono, così pieno di trambusto da sembrare silenzioso. Ecco. Guacamole. Stasera la schiaccio per bene, spremo con acida indisponenza il limone come se tutta quella poltiglia fossero le emozioni ricavate da una vita al risparmio. Tutte quelle emozioni che la giornata non ha provveduto a dare. Che dico dare: non le ha nemmeno lasciate intravedere. Ma ora sono in preda ad un oscillare di teste imbambolate, che mi conduce fino all’uscita della metropolitana, dove il colore dominante è quello dello sporco e dove il suono caratterizzante è quello del brusio, indistinto e impersonale. Sbuco, io, come in un rilascio immotivato e d’improvviso la scintilla: un cantante, disgraziato e poco dotato, muove le sue dita sulla chitarra acustica e vibra le sue corde vocali su note vecchie più della mia vita. L’unica emozione della giornata sembra risvegliare tutti lì attorno e, invece, risveglia solo me. Solo me con lo schioccare delle dita. Ma è un tripudio di colori, tra maglioni, giacche e ciuffi, tra sguardi, poster e luci. Fuori, all’aperto, il tramonto si incornicia con volo di uccelli orribili ma che da lontano rispettano anche loro i canoni di bellezza dei paesaggi.

Quasi vorrei tornare indietro per ringraziare quel musicista brutto e disgraziato per l’unica emozione della giornata ma non ne ho il coraggio, non ho il tempo e, soprattutto, non ne ho la voglia. Dentro di me ancora canto il ritornello con un sorriso compiaciuto sulle labbra.

Sarà una grandiosa Guacamole.

[1]

Ritmi, ritmi circadiani, mensili e annuali. Un continuo fluire e tornare tra pasticci e iconici drammi da risolvere in una minestra che fluisce via, per non finire mai. Ed ecco una nuova stagione che s’affaccia, un nuovo ottobre che avanza e, sinceramente, non riesco a togliermi di dosso le sensazioni da scolaro timido e imbarazzato, da tipo alto ma non troppo, sbarbato ma non troppo, magro ma non troppo, brufoloso. Troppo brufoloso. Sensazioni negative all’epoca, ma dannatamente rimpiante ora. Ora che i lampioni mi scorrono di lato, mentre cammino frettolosamente cercando di non perdere il treno, dopo un turno di lavoro noioso e stancante, dopo una giornata disillusamente scivolata via. Eccomi là, alto ma non troppo, magro ma non troppo, barbuto e senza brufoli (e per fortuna) che mi stringo nella mia giacca di pelle marrone e che, passo dopo passo, cerco di rispondere a domande esistenziali e non procrastinabili, del tipo: ma come facevano vent’anni fa a non perdere un treno? No perché ora con app che ti dicono quando il treno partirà, quando è partito e perfino quando è stato pulito, beh a me capita comunque di perdere qualche treno. Mi stringo al mio telefono in modo quasi romantico mentre controllo i minuti, i secondi e il binario.

Ho ancora dieci minuti, ce la posso fare.

Penso spesso a come la mia vita sia legata a doppio filo, a doppio gradimento, a questi stracazzo di treni. Si, beh, da studente facevo una doverosa spola tra l’hinterland e la città con lunghi e interminabili viaggi dei quali potrei raccontare avventure, disavventure e memorabili dormite. Viaggi che mi edificavano nello spirito, con studi, messe alla prova e fantasticherie, tanto quanto mi stancavano nel corpo con corse spinte e cazzotti. Eh già, benvenuti a casa mia. Eppure quando ripenso a tutte le esperienze passate da giovane pendolare una su tutte entra sempre, di prepotenza, nella mia mente: la prima. Di ritorno da un’eccitante gita nella città io e i miei amici, in goliardica avanscoperta tra i vagoni del treno, trovammo in una carrozza, lì proprio tra i sedili, una perfetta e quasi architettonica struttura piramidale di merda umana. Si, stronzi umani nel mezzo del treno. Non capivo e, in parte ancora oggi non capisco, come fosse possibile cagare nel bel mezzo del treno, ma tant’è.

Cinque minuti, due salite e tre rampe di scale. Sicuro ce la faccio.

Da adulto, poi, ho trovato che la strada più “comoda”, anzi più praticabile, per tornare da lavoro fosse proprio un treno metropolitano, piccolo, bianco e blu. Anonimo. Diverso da quello che mi ha trasportato per tanti anni dalla casa dei miei genitori fino all’età adulta, eppure era ugualmente, inequivocabilmente, anonimo. Un piccolo treno moderno ma invecchiato prematuramente, mai puntuale ma, per fortuna, senza stronzi umani ad accoglierti.  Le saracinesche attorno a me chiudono, con proprietari stanchi che le accompagnano con i piedi, dentro scarpe che non si fanno problemi a mostrare tutto il duro lavoro della giornata. E io non so davvero perché mi sento come un giovane ragazzo alle prese con le prime interrogazioni dell’anno, alle prese con l’incertezza dei mesi autunnali alle porte, nonostante qualche capello bianco inizi a darmi un tono che, vi giuro, non ho davvero cercato.

Il binario è quello giusto, quindi faccio uno scatto sugli ultimi tre gradini ma, su in cima, le carrozze del treno mi sfrecciano vicino lasciandomi solo, con i vestiti mossi dal vento, accanto ad una panchina di ferro con qualche posto vuoto ed un signore tutto grigio seduto e rattrappito.

Mostro un dito medio per ogni mano e mugulo dalla frustrazione. Sbuffo e mi siedo accanto al signore tutto grigio.

Ci guardiamo, lui ed io, ed aspettiamo il successivo, anonimo, treno.